La Lega  2.0 riparte dalla piazza

Il congresso federale è dietro l’angolo e la Lega tenta il colpo di reni  ripartendo dalla formula 2.0 sotto la regia di Bobo Maroni che nei week end ha piazzato due fedelissimi alla guida del Veneto e della Lombardia: l’eurodeputato Matteo Salvini e il sindaco di Verona Flavio Tosi. Al grido di “ripartiamo dal territorio” la prima mossa decisa dal neonato Consiglio fedeale, alle prese lo Statuto congressuale, è una grande manifestazione di piazza contro l’Imu da tenersi domenica 17 giugno nella roccaforte di Verona.
Una dimostrazione di forza in terra amica dopo la decisione di rinviare il tradizionale raduno di Pontida, ormai l’ombra di se stesso. Dalla Lombardia, simbolo del vecchio potere bossiano, il baricentro del Carroccio si sposta in Veneto. «Abbiamo deciso questa manifestazione a Verona perché è la prima città per importanza guidata dalla Lega Nord. Va fatta per far capire ai cittadini che riteniamo ingiusta questa tassa, sarebbe impensabile far passare un’imposizione fiscale di questa natura e di questa entità, soprattutto a carico delle famiglie, senza che nessuno alzi la voce per far capire al governo Monti che è profondamente sbagliata». Tosi e i giovani amministratori della seconda generazione chiamano a raccolta tutti i sindaci leghisti «per cercare di far capire al premier che può trovare forme alternative all’Imu, ridurre la spesa pubblica o altre forme di gettito, ma tassare la prima casa è profondamente sbagliato e inicuo». Anche il “forestiero” Roberto Cota, governatore del Piemonte, è della partita: «La protesta contro l’Imu è sacrosanta – scrive su Twitter – occorre scendere in piazza e far sentire la propria voce altrimenti chi governa andrà avanti imperterrito a spremere i cittadini come limoni». Sondaggi alla mano, dopo la bufera giudiziaria la Lega sa bene che rischia la scomparsa se non volta pagina e resetta la vecchia classe dirigente dell’entourage del capo che viene confermato padre nobile nel ruolo di presidente. Per l’occasione Maroni rispolvera su Facebook anche il guerriero di Giussano e sfodera lo spadone al grido di «Facciamo sentire l’urlo di rabbia di cittadini e sindaci contro questo odioso balzello centralista del governo Dracula».
Ma se a Milano Salvini ha sbaragliato l’avversario interno conquistando l’80 per cento, il primo cittadino di Verona è passato per un soffio ottenendo il 57 per cento, non un voto in più rispetto al numero dei firmatari della sua candidatura. Gli altri delegati gli hanno preferito Massimo Bitonci, parlamentare ed ex sindaco di Cittadella. Mistero sul voto di Luca Zaia, che si è rigorosamente tenuto equidistante avendo forti legami con lo storico gruppo trevigiano che ha appoggiato in massa Bitonci. Salvo poi precipitarsi ad applaudire il vincitore: «Da domenica noi abbiamo un nuovo segretario, che è il segretario di tutti. Flavio ha le carte in regola per dirigere il partito – ha detto il governatore del Veneto – ovviamente dovrà riportare il partito all’unità e ricucire le ferite ricordando a tutti noi che il nemico non è in casa, ma fuori dalla Lega». La spaccatura della Liga Veneta non è un’invenzione giornalistica e lo stesso Tosi è costretto ad annunciare che saranno «i fatti a dimostrare che non siamo divisi, nei congressi è normale che ci siano più candidati e che ci sia della dialettica. Anzi, è anche bello. Finiti i congressi si porterà avanti una linea unitaria». Missione difficile visto che la linea anti-Tosi è fortemente autonomista («In Veneto comandano i veneti», ha detto Bitonci). Tutti i nodi verranno al pettine nelle prossime settimane in vista dell congresso federale del 30 giugno, un appuntamento al quale i veneti potrebbero andare con un candidato proprio da opporre alla corsa di Maroni. Che non è uno sprovveduto e ha limato a dovere il nuovo Statuto, «è come era stato progettato da Maroni – riferisce soddisfatto Tosi –  e cioè con una gestione collegiale, anche per una maggiore autonomia delle singole realtà, come chiede il Veneto. Da una parte la segreteria federale che è il coordinatore di una squadra, dall’altra singole segreterie nazionali che avranno più autonomia decisionale anche in termini di formulazione delle liste elettorali». Quanto alla linea politica la parola d’ordine è discontinuità, base e territorio. «L’azione deve ripartire da lì. C’eravamo un po’ “romanizzati”, nel senso che la spinta per il cambiamento, che Roma non vuol dare, deve ripartire dal basso, dai sindaci, dai presidenti delle Province, dai governatori». Si riparte dal basso e dalle nuove leve, come annunciato più volte da  Maroni ai suoi Barbari sognanti. Il Pdl guarda con attenzione l’uscita di scena della vecchia guardia, quella dei riti padani, della secessione e delle ampolle. Viviana Beccalossi, vicecoordinatore del Pdl lombardo, spera che le grandi manovre nel Carroccio portino nuova linfa anche agli ex alleati. L’augurio è che tra il partito di Angelino Alfano e la Lega 2.0 possa riaprirsi un dialogo, «almeno sul territorio». «Il dato allarmante del 4,9 deve farli riflettere, è un bene che tornino sul territorio, proprio come dovremmo fare noi nel Pdl, ed è auspicabile che si possa tornare a lavorare insieme». La Beccalossi fa notare che alle amministrative dove Pdl e Lega sono andati separati «abbiamo sempre perso avvantaggiando la sinistra minoritaria, mentre abbiamo vinto in quelle “eccezioni” dove ci siamo presentati insieme». Un giudizio su Tosi? «Ha amministrato bene Verona e ha stravinto perché, a prescindere dall’appartenenza politica, il giudizio degli elettori è amministrativo. Per la Lega è una foglia di fico messa davanti per decantare la grande vittoria, ma in Lombardia hanno perso». E Salvini? «È un simpatica ragazzo, spero che possa crescere…».