La crisi greca? Tutta colpa di Omero e degli dèi…

Può essere che il successo del piccolo libro di Nikos Dimou “L’infelicità di essere greci” derivi dalla cattiva coscienza di un’Europa che sta lasciando andare alla deriva una terra senza la quale il Vecchio Continente non avrebbe neanche il suo nome. Oppure può essere che questa raccolta di aforismi risulti più esplicativa della situazione greca di pagine e pagine in cui gli economisti discettano sui destini futuri dell’euro. Sia come sia “L’infelicità di essere greci” (ora tradotto in Italia da Castelvecchi) ha venduto migliaia di copie, è in corso di traduzione in decine di paesi, ha avuto più di trenta ristampe. Uscito per la prima volta nel 1975, all’indomani del ritorno della democrazia e dopo sette anni di dittatura militare, questo pamphlet è stato scritto per piacere ai non greci, e per far riflettere chi è nato greco, che non può leggerlo senza una certa dose di sofferenza. Cosa sostiene Dimou? Molto semplice: i greci sono “fregati” dalla pesante eredità che portano sulle spalle. Un leit motiv non nuovo e incardinato nell’immaginario europeo da quando Bernardo di Chartres pronunciò la famosa frase: «Siamo nani arrampicati sulle spalle di giganti…». Frase che tuttavia conteneva (nonostante i tempi medievali) un certo ottimismo perché così si concludeva: «E perciò vediamo di più e più lontano di loro». Ciò non vale per i greci di oggi, non vale per loro cioè quel fecondo rapporto con l’eredità che ogni europeo si trova in dotazione alla nascita: «Qualsiasi popolo che discendesse dagli antichi greci sarebbe automaticamente infelice. A meno che non risucisse a dimenticarli o a superarli». Ma si può dimenticare il mito? Si può superare Omero? No, di qui quello che l’autore chiama il «complesso d’inferiorità nazionale» che nasce dalla gloria degli avi. «Più andiamo fieri dei nostri avi (senza conoscerli), più insicuri siamo di noi stessi». L’eredità greca è talmente ingombrante che non lascia spazio all’identità europea: «Allora quanto europei siamo? Molto ci differenzia dall’Europa, forse più di quello che ci accomuna ad essa. Solo qualche eco delle grandi correnti culturali che hanno creato la moderna civiltà europea è giunta fino a noi. Non il medioevo scolastico, né il Rinascimento, non la Riforma e neanche l’Illuminismo, neppure la Rivoluzione industriale… Checché ne diciamo, il fatto è che non ci sentiamo europei….». Ma c’è proprio un difetto di identità alla base dell’atteggiamento del greco moderno, secondo Dimou: «Insomma chi siamo? Gli europei d’oriente o gli orientali d’Europa? Un popolo sviluppato del sud o uno sottosviluppato del nord? I discendenti (diretti) degli Achei o la panspermia di Babilonia?». Nikos Dimou ritiene così di avere individuato alla radice, restituendo questo dilemma identitario del popolo greco, anche le cause della crisi che attualmente il suo paese sta attraversando, una crisi la cui responsabile non è la “cattiva” Angela Merkel, ma il carattere di un popolo alle prese con un probelma cruciale: «Il suo bramare “il più” e la sua incapacità di gestire “il meno”». Il libro «non è una collezione di aforismi umoristici sui difetti dei greci, ma una riflessione amara sul loro tragico destino d’essere scissi tra il passato e il presente, tra il nord e il sud, tra l’est e l’ovest. È una dichiarazione d’amore per la Grecia, quella Grecia vera e profonda e non la terra superficiale dei miti che i greci stessi hanno inventato per sfuggire alla realtà… L’attuale crisi della Grecia è in gran misura il risultato di tutte queste crepe nel carattere nazionale. Più emotivo e meno razionale, il greco deve ripensare la sua identità per sopravvivere nel mondo moderno. Questo libro tenta di aiutarlo nel cammino». Un cammino necessario per non far andare perduto lo spirito greco, che è tragico e competitivo al tempo stesso, che è pieno di contraddizioni, che sta nella luce di Apollo e nel buio di Dioniso, nella forma del primo e nel delirio del sceondo, nella felicità apollinea e nell’infelicità tellurica, come ben aveva intuito Nietzsche ne “La nascita della tragedia”. Per questo, spiegava, l’osservatore guardando le forme perfette delle sculture greche non poteva che domandarsi quanto aveva sofferto, quel popolo, per raggiungere un simile risultato. E lì fermarsi, in attesa di una nuova rinascita.