Itaca può attendere ancora un po’

L’appello di Veneziani ad una onesta riflessione sulla destra ha fatto vibrare molte corde. Ieri, su Libero, Renato Besana dava conto della sua proposta per un laboratorio di idee che non a caso ha nel “ritorno a Itaca” il suo riferimento. Il nome dell’iniziativa racchiude il racconto di un lungo viaggio, apparentemente senza meta e pilotato da volontà altrui, che solo dopo immani fatiche consente ai superstiti l’agognato ritorno a casa. Il ritorno all’isola da cui si era partiti, dove ci si può riconoscere e dove tutto è più chiaro. Difficile non provare dinanzi a questa immagine un senso di nostalgica malinconia, ma anche ricordare a se stessi che, quando si tenta di ricostruire la casa del padre secondo i ricordi di fanciullo, è impossibile che sia la stessa. Se non altro perché il padre non c’è più, noi abbiamo perso l’innocenza e anche tutti i nostri compagni sono cambiati. Ci ripetevamo un tempo il motto Navigare necesse est. E navigare, per chi ha scelto il mare, è davvero irrinunciabile. E il senso del viaggio è nel viaggiare. Si ritorna – se si ritorna – solo quando non è più possibile o sostenibile. Partiti per vincere e pur sentendosi a tratti dispersi e alla deriva, non abbiamo perso il gusto di guardare oltre l’orizzonte sognando terre sconosciute. E non abbiamo mai avuto paura dinanzi alla tempesta. Non ci hanno fermato né i flutti, né i lutti. Tanti, troppi, insopportabili. Ma il dolore è sempre stato un incentivo per andare avanti, non una spinta per tornare indietro. E una volta passate le colonne d’Ercole, dinanzi a un Oceano immenso e minaccioso, non ci viene ora di girare la prua ripromettendoci di riprovarci in seguito. Anche perché non si sa se mai accadrà. Passato il limite non si torna indietro. Di fronte sembra ci sia il nulla, invece c’è spesso un nuovo continente.