“Io, l’Uomo ragno e la tessera del Fronte della Gioventù”

Il “giallo” sull’uccisione dell’Uomo Ragno torna d’attualità. Merito, a distanza di vent’anni dall’originale, proprio della pubblicazione dell’album “Hanno ucciso l’uomo ragno” (Warner Music), riarrangiato da Max Pezzali con il contributo dei maggiori esponenti della scena rap. Era una canzone politica? Cosa svelava il mistero di quella “uccisione”? Lo chiediamo al suo autore, che intanto si gode il primo della classifica di iTunes.

Max, com’è nata la canzone “Hanno ucciso l’Uomo ragno”?

La canzone è nata un anno e mezzo prima della sua pubblicazione. Avevo questa melodia in testa che girava, ma mancava il testo. Un giorno, con un po’ di scoramento andai con Mauro Repetto al “Bar del turista” di Pavia e ordinammo il famoso panino piccante, specialità del locale, alle quattro del pomeriggio una vera mazzata. Anche lì niente. La sera a casa mi viene in mente la frase: hanno ucciso l’uomo ragno. Mi sono chiesto: cosa potrebbe voler dire? Non ne avevo la più pallida idea, mi sembrava una frase talmente folle che poteva funzionare, visto che avevo già esplorato tutte le soluzioni “razionali”. Le altre frasi vennero in automatico.

Vent’anni fa l’uomo ragno era solo…l’uomo ragno?
L’Uomo ragno rappresentava il mondo della mia infanzia. La chiave di lettura del testo era il rifiuto dell’idea che il dover crescere, far parte del mondo degli adulti, significasse dover accettare il compromesso, rinunciare ai sogni perché la realtà è dura.

Cosa pensi delle letture politiche date negli anni alla canzone?

Mi fanno ridere. Quando la canzone uscì, nella primavera-estate del ‘92, c’era Tangentopoli, poi ci sono state le stragi di Falcone e Borsellino. Ricordo che quando uscivamo dallo studio, andavamo a leggere il televideo per vedere chi avessero arrestato quel giorno. Poi, in quel periodo, uscì la canzone di De Gregori, “La ballata dell’Uomo Ragno”, dedicata a Craxi, e la confusione nacque spontanea, perché molti pensarono che anche il nostro rappresentasse la fine di un personaggio o di una stagione politica. La musica veniva vista attraverso lenti ideologiche, era impossibile parlare di musica pop semplicemente come musica pop. Per essere notati da una certa critica bisognava infilare il tema sociale, anche tirato per i capelli, e se in una canzone banale e mediocre parlavi di Mandela, diventava degna di nota; se invece parlavi di vita quotidiana, eri un poveraccio o, peggio ancora, uno strumento commerciale, parola sempre vista in maniera negativa.

Cos’è la musica impegnata, se non il racconto del quotidiano?

Esatto, io temo che questa sia una fisima tipica del nostro Paese, perché dobbiamo passare sempre da quelle categorie mutuate dal fatto che il cantautorato impegnato era figlio di una stagione politica. Invece, io sono sempre stato convinto che il compito della canzone popolare fosse quello di intrattenere e di fotografare la realtà. Noi provavamo a raccontare la nostra realtà di provincia, come faceva il rapper americano. Il mio era un mondo post-ideologico, quello del bar di provincia dove si attendeva qualcosa che non arrivava. Oggi quella così lì è stata rivalutata, ma all’epoca veniva considerata un’orrenda descrizione crepuscolare dove c’era solo il rigetto della politica.

Per questo non ti hanno mai invitato al concerto del Primo Maggio?

Non lo so, forse c’era la paura di invitare un “estraneo”. La divisione tra pop e rock era una guerra di religione. In Italia anche chi è apparentemente progressista e rivoluzionario diventa un conservatore quando si tratta di accettare l’innovazione.

C’entra pure la storia della tessera del Fronte della Gioventù? È vera?
Sì. Avevo 14 anni e un amico del bar ci chiese di tesserarci per votare a un congresso, qualche giorno prima della votazione.

Rifare un album a distanza di vent’anni di distanza è un’operazione nostalgia?

No, perché con i miei amici rapper ci siamo resi conto di quanto fosse avanti quel disco. La generazione di oggi non è poi così diversa dalla mia, cambiano solo i problemi legati al momento storico, ma non quelli legati al crescere.

La parola degli anni ’90 è “mito”? Chi lo è per te oggi?

Steve Jobs, che ha rappresentato la genialità in un’epoca in cui si pensava non si potesse inventare più niente. Ed è un mito scomodo, dell’individualismo. Il suo discorso agli studenti è un “I have a dream” dei nostri tempi.