In guerra. E i “tecnici” non sono Napoleone

La crisi sta avendo gli stessi effetti di una guerra, troppi gli errori recenti, troppi i vizi antichi. Un’immagine, quella data da Confindustria, molto efficace. Perché basta guardarsi attorno per vedere cos’è rimasto dopo l’ennesimo assalto delle truppe dell’alta finanza e degli speculatori, cui va aggiunta l’incapacità di reagire del governo dei tecnici, chiamato inutilmente a evitare la Waterloo nostrana. Alla fine, sono stati proprio i professori di Palazzo Chigi a battere in ritirata dopo aver sbagliato l’offensiva aerea bombardando goffamente solo la nostra economia. Ora siamo al punto di non ritorno: o si fanno le riforme – gettando le armi spuntate e utilizzando insieme le forze di mare, terra e cielo – o ci si consegna al “nemico”, perché la guerra sarebbe definitivamente perduta.
L’allarme di Squinzi
«Siamo nell’abisso della recessione – dice Giorgio Squinzi. leader degli industriali italiani – e non ne usciremo tanto rapidamente». Un pessimismo in linea con le cifre fornite dal Centro studi dell’associazione degli imprenditori da cui emerge che quest’anno il Pil si ridurrà del 2,4 per cento, e, nel 2013, si contrarrà ancora di 0,3. Per assistere a qualche parvenza di ripresa dovremo attendere la seconda parte dell’anno prossimo ma, intanto, la gelata produttiva avrà avuto ripercussioni deleterie sui conti pubblici con la conseguenza che l’anno prossimo non sarà centrato il pareggio di bilancio (deficit all’1,6 per cento). Cifre in netto peggioramento rispetto alle previsioni precedenti che davano per il 2012 un Pil in calo di 1,6 punti percentuali e per il 2013 una ripresa dello 0,6%.
Made in Italy al palo
La recessione «è più intensa», la disoccupazione «è generalizzata in tutto il Paese», la burocrazia costituisce vero e proprio piombo nelle ali dello sviluppo.Le scelte effettuate, sostiene il Centro studi di Confindustria, rappresentano «una forma di cecità che non sembra tanto disinteressata, perché ha portato a salvaguardare privilegi e rendite, a cui è giunto il momento di ribellarsi». Perché, sostengono gli industriali, «anche se non siamo in guerra», i «danni economici fin qui provocati dalla crisi sono equivalenti a quelli di un conflitto e ad essere colpite sono state le parti più vitali e preziose del sistema Italia». Settori trainanti come il tessile e il manifatturiero, ma anche la farmaceutica e i settori propri del made in Italy, come l’arredo, il design, l’alta moda, funzionano solo per la parte che intercetta la domanda estera, mentre soffrono sui consumi interni (meno 2,8).
Fisco pigliatutto
Qui è la mancanza di reddito disponibile a farla da padrone: la disponibilità di risorse diminuisce (l’inflazione a giugno è salita al 3,3%), le vendite al dettaglio si contraggono, le tasse aumentano e sottraggono quote di reddito alle famiglie, che hanno difficoltà a pagare il mutuo e a fare fronte alle bollette. L’analisi è drammatica. La pressione fiscale apparente, in rapida crescita dopo le stangate del governo Monti, salirà nel 2013 fino al 45,4% del Pil (dal 42,5 del 2011) ma in realtà, quella effettiva, che tiene conto del sommerso, raggiungerà il 54,6 per cento. Tutto questo come conseguenza di una forte accelerazione delle entrate che quest’anno segneranno un più 5,2 per cento e il prossimo cresceranno ancora del 2,6. Oltre la metà del Pil, che viene sottratto alle disponibilità dei cittadini e agli investimenti (crollati dell’8%), incamerato dal fisco e dirottato verso la spesa pubblica, in gran parte parassitaria e clientelare. Errori recenti e mali antichi hanno provocato danni da guerra in tempo di pace, perché – puntualizza il Centro studi di Confindustria – i problemi economici sono quelli propri di un conflitto.
Il dramma del lavoro
Con questa situazione non c’è da stupirsi se le condizioni del mercato del lavoro si vanno deteriorando rapidamente: nel 2012 l’occupazione calerà dell’1,4% e l’anno prossimo si ridimensionerà di un altro 0,5%, il che farà si che a fine 2013 si saranno persi 1 milione e 482mila posti di lavoro rispetto al 2008 (-5,9 per cento). Il Centro studi di Confindustria è pessimista: la disoccupazione prosegue la corsa degli ultimi mesi e a fine anno raggiungerà un tasso del 10,4 per cento, per poi crescere ancora fino al 12,4 per cento a fine 2013. Per gli industriali lo sbocco è d’obbligo: a questo punto (sei anni dopo l’inizio della crisi) l’Italia si troverà con un livello di benessere, misurato in Pil pro-capite, del 10 per cento inferiore al 2007. Una perdita difficilmente recuperabile se non si metterà mano alle riforme.