Il Secolo è vivo. E lotta anche malgrado noi

Una breve considerazione ex-post sulla presentazione del libro sui sessant’anni del Secolo d’Italia che, giovedì, si è trasformata in una vera e propria manifestazione è d’obbligo. In un pomeriggio tropicale, in un centro cittadino dove è impossibile arrivare con mezzi propri e in una giornata in cui si svolgevano altre manifestazioni, centinaia di persone sono volute venire a sentir parlare del Secolo e, molti, anche a dare il loro contributo. Tra questi, personaggi illustri del giornalismo. All’evento, al contrario di quanto si potesse immaginare, i parlamentari erano una quindicina. Tutti gli altri erano lettori vecchi e nuovi, ex abbonati o persone che sono venute per abbonarsi. Tutti richiamati dal senso di una riunione di famiglia a lungo attesa. Tutti fieri del passato ma nessuno col torcicollo. Alcuni per dare voce anche a recriminazioni e delusioni assolutamente legittime, ma senza disfattismo. Insomma, lo dico sinceramente, sono rimasto io stesso sorpreso anche perché le persone che hanno partecipato – e che in molti casi ho riconosciuto – non hanno risposto a chiamate di partito, di gruppo o di altre organizzazioni, ma sono venute per conto loro. E alla fine tutti hanno detto, chi dal palco, chi dalla platea, che del Secolo ce n’è bisogno, al di là dei progetti personali o elettorali, perché è una casa comune. Le famiglie, anche quando si spaccano per l’eredità, restano famiglie loro malgrado. E in una situazione di evidente e diffusa confusione, con troppo gente che ancora si impegna più a distruggere che a costruire, possiamo almeno dire: il Secolo c’è.