Il professore e i poteri forti: per favore non prendeteci in giro

Monti, i poteri forti, “Repubblica” e quella strana sensazione di essere presi per scemi. È così che potremmo riassumere il surreale dialogo fra il premier ed Eugenio Scalfari che ha preso vita sulle colonne del quotidiano di De Benedetti. Riassumiamo: l’ex direttore storico di “Repubblica” scrive uno dei suoi torrenziali editoriali in cui, fra le altre cose, chiede conto a Monti dell’influenza dei famosi “poteri forti” sul governo che proprio l’inquilino di Palazzo Chigi aveva maliziosamente annunciato essere in declino. E lo fa con nomi e cognomi: il capo di gabinetto di Palazzo Chigi, Vincenzo Fortunato; il sottosegretario alla Presidenza, Antonio Catricalà; il ragioniere generale del Tesoro, Mario Canzio. Si tratta, spiega Scalfari, di «creature di Gianni Letta (Catricalà) e di Giulio Tremonti (Fortunato, Canzio)». Pronta la risposta di Monti, sempre su “Repubblica”: so da dove vengono i funzionari citati, ma sono sicuro della loro competenza e lealtà e poi devo pur sempre tener conto della strana maggioranza che mi ha eletto. Ma che bell’esempio di trasparenza, premier e giornalisti che dibattono di poteri forti sulle prima pagine… Peccato che il dibattito faccia acqua da tutte le parti. Intanto per la grottesca lettura di ciò che sono i poteri forti: davvero le grandi lobby che assediano il governo e ne orientano le decisioni sono riassumibili in Letta e Tremonti? Non esiste altro di più potente, tentacolare, trasnazionale di questi due esponenti dei passati governi Berlusconi? Niente da dire sull’influenza del sistema bancario nazionale e internazionale sulla politica di nazioni che dovrebbero essere democratiche? Mentre persino “Le Monde” denunciava l’abnorme potere di Goldman Sachs noi dobbiamo preoccuparci della erre moscia di Tremonti e dell’innaturale colore dei capelli di Letta? Sembra di sognare. Così come è poco credibile e anche un pochino irritante il ruolo di “Repubblica” come garante della trasparenza contro le ingerenze extra-politiche. Sì, “Repubblica”, il quotidiano che ha come vicedirettore quel Massimo Giannini che da prima della scorsa estate tifava apertamente per il «“partito trasversale” dei ceti produttivi» che «mette in mora Berlusconi e di fatto lo “liquida”», mettendo in atto «una “supplenza”, sostituendo una politica che non ce la fa». Ricordate? E ricordate le indiscrezioni de “La Stampa” del luglio 2011 su alcuni incontri riservati avvenuti mesi fa al Ca’ de Sass, storico palazzo della ?nanza milanese, dove a progettare il post-berlusconismo, con Silvio ancora in sella, si riunivano Romano Prodi, Giovanni Bazoli, Angelo Caloia, Carlo De Benedetti, Corrado Passera, Mario Monti? Insomma, il padrone di “Repubblica” intrallazzava col futuro premier e con un futuro ministro, insieme ad altri nomi illustri della finanza, per buttare giù il Cavaliere e commissionare la democrazia italiana e oggi, come se nulla fosse, gli stessi personaggi vengono a spiegarci che dovremmo guardarci dagli intrighi di Gianni Letta. Suvvia, un po’ di serietà. Soprattutto quando il prof  bocconiano non ha saputo esimersi dal nominare Anna Maria Tarantola, già vicedirettore generale della Banca d’Italia, alla presidenza della Rai, e Luigi Gubitosi, già uomo Fiat poi in Wind e ultimamente in Bank of America, alla direzione generale della tv pubblica. Insomma l’ennesimo commissariamento bancario, e noi siamo qui a preoccuparci di Mario Canzio. La colonizzazione bancaria della politica, lo sappiamo, ha origini antiche in Italia: nel primo governo retto dal politico a vocazione tecnica Giuliano Amato (1992-93) i banchieri nell’esecutivo furono due, nel governo Ciampi (1993-94) furono cinque più Luigi Spaventa, che banchiere lo diventerà in seguito come presidente del Monte dei Paschi. Nel governo Dini (1995-96) ne avemmo altri cinque. E così via. E arriviamo a oggi, con i vari Monti, Passera etc. Se non parliamo di questo non parliamo di nulla e finiamo per usare espressioni come “poteri forti” senza dire in realtà un bel niente. Un po’ come ha fatto qualche giorno fa Ferruccio De Bortoli, che sul “Corriere della Sera” ha sbottato: «Le privatizzazioni italiane non sono state decise nel giugno di vent’anni fa, a bordo del panfilo Britannia, sul quale la finanza anglosassone avrebbe irretito la nostra, come insiste un’altra vulgata sui poteri forti». Vulgata che, evidentemente, comprende anche il suo quotidiano, che il 3 giugno del 1992, a pagina 24, titolava: “Inglesi in cattedra: privatizzazioni? fate come noi”. Sì, decisamente qualcuno ci sta prendendo in giro…