I sondaggi non dicono al Pdl cosa deve fare; ma cosa non fare forse sì

Chi ha esperienza e competenza politica (e non ci crederete ma sono moltissimi) mal sopporta i sondaggi, che sono spesso discordanti e non danno la visione di un dato permanente ma solo dei flussi umorali. Possono però essere un termometro, che almeno ti dice se devi approfondire una diagnosi, se puoi rimandarla o se devi correre all’ospedale. A maggio il Pdl, malgrado la brusca fine del suo governo e la coabitazione indigesta con Monti, era dato intorno al 25 per cento e più o meno a un punto dal Pd. Dopo le amministrative si è verificato un progressivo calo delle “intenzioni di voto”, una crescita dell’astensionismo e un aumento di attenzione per i grillini quasi parallela a un allontanamento dalla Lega. Incrociando i dati risulta innegabile che il gran parlare di scioglimento o di spacchettamento del Pdl ha provocato un calo dei consensi potenziali. Reazione abbastanza comprensibile: se la domanda è “per chi voteresti?” non rispondi certo che daresti il voto a qualcosa che pensi non esista più… Ai grillini finiscono invece i leghisti delusi, quelli che sono cresciuti a “Roma ladrona”, per capirci. Tra i molti che non sanno che voto esprimere ci sono elettori del centrodestra che non capiscono il sostegno del Pdl a Monti, che fa apparire destra, sinistra e centro tutti uguali. Bersani, dal canto suo, può far ingoiare ai suoi l’appoggio ai tecnici dicendogli che è stato necessario per liberarsi di Berlusconi e che poi, dal 2013, Monti lascerà il Paese nelle mani della sinistra, come hanno sempre fatto i governi tecnici per disinnescare la protesta sociale dopo la macelleria. Il Pdl – oltre a rivendicare il proprio “senso di responsabilità” – dovrebbe almeno spiegare agli elettori non di sinistra che è appunto questo che accadrà se non si riforma un centrodestra in grado di impedirlo.