Fabrizio Rondolini: «Non serve una lista della legalità, servono partiti che funzionano»

«È normale che nel Pd la prendano male: se fanno una lista con tutta la società civile nel Pd cosa restano, i funzionari di partito?». Fabrizio Rondolino, giornalista ed ex spin doctor di Massimo D’Alema, è d’accordo con chi dice che una lista della legalità, quella lanciata qualche giorno fa da Eugenio Scalfari e passata come “Lista Saviano”, «è oggettivamente una lista contro il Pd».

Domenica Scalfari ha replicato che non si tratta di «una scalata ostile» ai democratici…

Non discuto le intenzioni, ma il dato è che questa operazione non è come quella fatta con Prodi per prendere i voti non di sinistra. Questa lista non prenderebbe un solo voto fuori dal centrosinistra.

Tutti quelli indicati come possibili candidati hanno smentito, da Saviano a Concita De Gregorio…

Sì, quando è vero, tutti smentiscono. È una cosa ipocrita.

L’altra sera a “In Onda” la De Gregorio ha mosso delle critiche al Pd, in particolare sul fronte del rapporto con i movimenti. Vanno lette come una sorta di programma politico?

Questa storia di rincorrere i movimenti o no è una sciocchezza. Il problema è la linea politica. Vuoi fare un partito massimalista, giustizialista, che si fa indicare la rotta dalla Fiom e dalle procure, o vuoi fare un partito riformista e liberale. Veltroni ha fondato il Pd con questo spirito, oggi è un’altra cosa. La cultura giustizialista ha egemonizzato la sinistra, solo che c’è sempre uno più puro di te che ti epura. De Magistris ha epurato Di Pietro, Concita epura Bersani, Floris D’Arcais epura tutti e così non si va da nessuna parte.

A proposito di Floris D’Arcais, la lista della legalità non le fa un po’ l’effetto del dejà-vù rispetto all’esperienza dei girotondini?

Un dejà-vù triplo, quadruplo. Nel 1989, quando si scioglie il Pci e si apre la costituente del nuovo partito, il più acceso e impegnato teorico era Floris D’Arcais. Quindi, è dal 1989 che questo ragazzo rompe le scatole ai partiti, senza mai portare un solo voto.

Se non con la società civile, come si risponde alla domanda di rinnovamento?

Io sono stato iscritto per molti anni al Pci e lì la società civile abbondava. C’erano due milioni di iscritti, operai, piccoli imprenditori, professionisti. Quando i partiti funzionavano questo problema non c’era, perché i partiti sono l’organizzazione della società civile dentro la società politica. Discutere di questo vuol dire che questi partiti sono morti, e nel caso di Pd e Pdl dire mai neanche nati. Allora il problema è fare altri partiti, non liste civiche. Inventiamoci altre forme di partecipazione, il Movimento 5 stelle è questo. Però, servono anche facce e programmi nuovi, non basta cambiare il nome. Bersani era il segretario del Pci dell’Emilia Romagna e ora è il segretario nazionale del Pd. Servirebbe una cosa che non avverrà mai: un passo indietro, con l’arrivo di una personalità nuova abbastanza forte da dare vita a una federazione. L’unico che c’è riuscito è stato Berlusconi, poi è andata come andata, ma oggi servirebbe un passaggio simile. Anche perché un’operazione di maquillage non convince gli elettori e scontenta quelli che nei partiti ci credono. I partiti che si sviliscono sbagliano, anche dal punto di vista del marketing.