Conso indagato. Mentì su Stato e mafia?

È uomo dal curriculum ineccepibile, Giovanni Conso. Professore universitario, accademico dei Lincei, membro del Csm, presidente della Corte Costituzionale, solo per citare alcuni degli incarichi ricoperti nella sua vita. Nel 1992 è stato anche il candidato dell’allora Pds al Quirinale, ma a spuntarla fu Oscar Luigi Scalfaro. L’anno dopo, però, Conso divenne ministro della Giustizia e lo rimase anche quello successivo, inanellando governo Amato e governo Ciampi, nonostante un “incidente di percorso” che gli costò molte polemiche: a un mese dall’assunzione dell’incarico, nel marzo del 1993, tentò di depenalizzare il finanziamento illecito ai partiti, con un valore retroattivo che avrebbe salvato anche i coinvolti in Mani pulite. Scalfaro rifiutò di firmare la legge, Conso presentò le dimissioni. Ma proprio il capo dello Stato, insieme ad Amato, si adoperò per salvargli l’incarico. Oggi Conso finisce nei guai per un altro provvedimento controverso che varò da ministro: la revoca del 41 bis a oltre trecento mafiosi.

Una scelta fatta in autonomia?

È di ieri la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati in relazione all’inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia. L’ipotesi di reato è che abbia fornito «false informazioni a pubblico ministero» nel corso delle indagini su quel patto segreto che le istituzioni italiane avrebbero contratto con la criminalità organizzata. Sentito lo scorso dicembre dai magistrati di Palermo, che ora lo indagano, Conso disse che era stata «una fatta in autonomia», versione che aveva fornito anche alla Commissione Antimafia, che lo aveva avuto in audizione nel novembre del 2010.
 
Le bombe e la revoca del 41 bis
Conso fu ministro a cavallo degli anni terribili delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, della strage di via dei Georgofili a Firenze, delle bombe a Roma, che deturparono San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. A quel clima si è sempre richiamato per giustificare la sua scelta di revocare il 41 bis. Tanto davanti all’Antimafia quanto alla Dda ha detto che il suo fu un modo «per dare un segnale positivo di distendere», un tentativo di far cessare quelle esplosioni che tanto stavano costando in termini di vite, di patrimonio artistico e di terrore. «Tutti parlavano anche i giornali, c’erano continue riunioni, ciascuno voleva dire la sua, mentre la norma dice che è il ministro, è un potere del ministro, potere-dovere del ministro prorogare o non prorogare», ha detto a dicembre davanti ai pm, sottolineando la totale solitudine in cui assunse quella decisione.

Per i magistrati non fu un caso

Una versione che, evidentemente, non ha convinto i magistrati, secondo i quali invece il colpo di spugna sul 41 bis sarebbe stato uno dei punti chiave della trattativa tra Stato e mafia. Conso, dunque, diventa il terzo ex ministro indagato dopo Calogero Mannino e Nicola Mancino, il primo sotto inchiesta per violenza o minaccia a corpo politico dello Stato, il secondo per falsa testimonianza. Determinante per l’iscrizione di Mancino è stata la deposizione resa il 24 febbraio nell’ambito del processo sul generale del Ros Mario Mori. L’ex ministro dell’Interno prima disse di non aver «mai saputo di un dialogo tra pezzi dello Stato e i boss» e poi ammise che «Martelli mi parlò genericamente di attività non autorizzata del Ros, ma non capii perché lo dicesse a me e non alla Procura». Ma Claudio Martelli ha più volte detto ai magistrati che, da Guardasigilli, aveva ripetutamente informato il titolare del Viminale degli incontri tra Mori e l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. «Qualcuno mente», conclusero i pm.

«Curioso di conoscere l’accusa»
«Sono curioso di sapere di cosa mi si accusa», ha commentato Conso, aggiungendo di non sapere «di quali cose false si possa trattare. Qui c’è un grosso equivoco: un conto è l’accusa di aver in qualche modo trattato con la mafia, che non esiste assolutamente, un altro è l’eventuale contestazione di qualcosa che posso aver detto negli interrogatori. Finché non ne saprò di più non potrò dire altro». In termini giudiziari, per Conso l’avviso di garanzia non avrà ripercussioni immediate: per il reato di false informazioni ai pm il codice prevede che l’inchiesta si sospenda fino alla definizione in primo grado del procedimento principale, in questo caso quello sulla trattativa. Restano però sul campo tutte le implicazioni politiche e istituzionali di questa vicenda, che sposta su tutt’altri lidi le accuse di connivenze con la mafia che per anni sono state imputate a Silvio Berlusconi e al suo entourage. «Dopo anni di false piste, forse faticosamente la verità sta venendo a galla», ha commentato l’ex Guardasigilli Roberto Castelli, per il quale «vedremo se i magistrati non avranno timore di scavare per verificare il ruolo di qualche “madonna pellegrina” della Repubblica. Vi sono alcuni santuari laici che ancora non sono stati toccati».