Casini sogna un Monti bis per non sparire

Da grande sponsor dell’europrofessore a Palazzo Chigi (insieme a Fli e a Giorgio Napolitano) dopo il passo indietro di Silvio Berlusconi, Casini oggi teme come la peste la sola idea di elezioni anticipate e da qualche giorno lavora all’ipotesi di un Monti bis con ministri politici espressione dei partiti dell’attuale maggioranza.
In ambito parlamentare il disegno del leader centrista è noto: una crisi pilotata per approdare a un rimpasto della squadra di Palazzo Chigi. L’unica soluzione per scongiurare il voto prima della scadenza naturale. Se cade Monti per Casini sono dolori seri: dopo averne esaltato le doti taumaturgiche di salvatore della patria adesso non può fare finta di non conoscerlo. Sul governo tecnico ha giocato la partita della vita e ora che l’esecutivo è a corto di consensi si trova a lottare per la sopravvivenza. Un nuovo governo Monti senza passare per le urne, insomma, sarebbe un toccasana per l’ex presidente della Camera senza più un partito di riferimento, visto che lo scioglimento anticipato delle Camere non è più di un’ipotesi di scuola ma una strada percorribile che trova favorevoli i partiti che in questi mesi hanno sostenuto l’esecutivo. Il centrodestra guarda al voto per recuperare parte dell’elettorato deluso e uscire dal cul de sac dell’imbarazzante appoggio a Monti, il Pd per tentare il colpaccio prima che sia troppo tardi.
«Elezioni in autunno? Sarebbe folle, le temo, sarebbero il segno preoccupante di un’Italia che smarrisce la sua strada»», ha detto chiaro e tondo l’altro ieri proponendo (i maligni dicono allo stesso Monti) un governo politico «che unisca le forze migliori del paese». Una confessione uscita dalle segrete stanze e parzialmente ritoccata ieri: «Propongo di passare da un governo tecnico a un governo con connotazioni politiche –  spiega a Otto e Mezzo – volete chiamarla svolta? Fatelo pure». «Ma – precisa a scanso di nuovi terremoti –  la svolta dal governo tecnico a quello politico è riferita al passaggio elettorale del 2013, qualsiasi altra interpretazione è frutto di fantasia». In cerca di centralità nello scacchiere politico oggi si ritrova con la prospettiva di fare il fratello minore di Bersani, a cui porta in dote un Terzo Polo in disfacimento e tanta confusione.
Anche a corto di ossigeno, però, Casini non rinuncia a dare lezioni di responsabilità a tutte le latitudini. «Berlusconi con quello che dice si tira fuori da qualsiasi  responsabilità nazionale. Alfano è invece responsabilissimo, ma non so se è in condizione di fare la svolta che in molti nel Pdl chiedono, se Berlusconi torna a dare le carte», è la perla di saggezza rivolta al centrodestra. E ancora, a proposito delle polemiche sulle ferie parlamentari, «altro che vacanze! Per me si può rimanere alla Camera anche a ferragosto!», commenta su Twitter. Anche sulla riforma elettorale è pronto a fissare i paletti: «Stiamo lavorando anche in queste ore perché si deve fare. Si farà, e io sono per dare le preferenze di genere ai cittadini, più donne in Parlamento, e per dare la scelta ai cittadini. Si può fare in 20 giorni». Demagogia, un pizzico di populismo in salsa snob, e la solita equidistanza per tenersi le mani libere, come ha fatto negli ultimi test amministrativi. Il disegno del leader di quel che resta dell’Udc, per ora senza successo, potrebbe trovare sulla strada Luca Cordero di Montezemolo, che in un’intervista al Sole 24ore si è ribellato con grinta inaspettata all’ipotesi di elezioni anticipate. «È fondamentale l’impegno del presidente Monti in Europa che si fonda su una grande credibilità e competenza», ha detto, «al di là delle critiche di merito sui provvedimenti il governo, va supportato con convinzione in questo difficilissimo momento per l’Italia e per l’Europa. Trovo folle la discussione sul voto anticipato, sull’uscita dall’euro e altre amenità del genere. Oggi l’unica alternativa a questo governo sarebbe il caos». Anche da Largo del Nazareno confermano, almeno a parole, il «patto di lealtà» al governo Monti. Secondo Pier Luigi Bersani le fibrillazioni sono «sul lato destro», come dimostrerebbe la vicenda del rinnovo del Cda Rai. A chi gli chiede se il governo non sia più indebolito in Europa a causa della maggioranza “sfilacciata”, il segretario Pd risponde indossando i panni del fedelissimo («Non da parte nostra, perché noi siamo leali»). Ma il premier ha tirato troppo la corda e la fiducia degli italiani e di buona parte della maggioranza è ai minimi storici. Non serve aspettare la reazioni delle Borse di lunedì per capire che il premier se la passa molto male. «Abbiamo sempre votato la fiducia al governo Monti ma adesso sussiste una possibilità molto concreta di non farlo più. Stiamo discutendo al nostro interno su questo aspetto», annuncia Gianfranco Miccichè, «non c’è dubbio che se questo di Monti continua a essere un governo che se ne strafrega del Sud, al netto dell’impegno e dei sacrifici del ministro Barca, di certo non possiamo continuare a sostenerlo».