Caro Veneziani, non chiudiamoci a riccio: sarebbe un grosso errore

Caro Marcello Veneziani, provo a rispondere al tuo appello. Perché anch’io mi sento di destra, anzi lo sono, senza suffissi né trattini. Sono di destra perché penso che nascere italiani sia un motivo sufficiente per stare al mondo; parlare la lingua di Dante, mangiare la pasta, vestire con gusto, amare le belle cose, sentire la responsabilità di rappresentare l’oggi di un popolo che ieri ha bagnato il naso al mondo. Considerare l’Italia una Nazione e non un Paese e la cittadinanza un diritto che viene dal sangue. Sono di destra perché mi fa schifo l’egualitarismo, e penso che ciascuno debba orgogliosamente rivendicare la propria originalità; perché penso che chi più si impegna e chi è più bravo debba andare più lontano dell’incapace e del fannullone; perché credo che ognuno è responsabile delle proprie scelte e che sia da vigliacchi dare le colpe di quello che non funziona a una impersonale società. Sono di destra perché credo che i sindacati, nessuno escluso, abbiano una gran fetta di colpe nell’Italia che non va; perché trovo che certo capitalismo italiano che usa lo scudo per riportare a casa gli utili in nero e non li reinveste nelle aziende sia meglio perderlo che trovarlo; perché credo che non basti avere le labbra e le tette di gomma per diventare consiglieri regionali e che per fare i sindaci, assessori o ministri non sia obbligatorio ricevere intrallazzatori ed affaristi; e che il bisogno dell’immunità (che peraltro non esiste nemmeno più) non sia sufficiente per ambire al Parlamento. Sono di destra perché credo che uno Stato giusto sia quello in cui un Ministro degli  Esteri che va in India non torni a casa se non a fianco dei suoi (e nostri) soldati; perché mi imbarazza vedere quanta gente cade nel giochino della sinistra e della Lega che con la scusa del terremoto attaccano, con la celebrazione del 2 giugno, l’unico simbolo riconosciuto dell’unità nazionale. Sono di destra, perché penso che il peggior governo eletto dal popolo per realizzare un programma, sia meglio di un’accozzaglia di banchieri e burocrati che non deve render conto a nessuno. Sono di destra, perché penso che far politica sia impegnarsi per tradurre questi principi nella società, e che per fare questo si possa anche mettere in conto qualche sconfitta, rinunciando a camuffarsi per mettersi assieme a chiunque con il solo fine di restare nella stanza dei bottoni.
Un nostro comune amico lo definiva “il rifiuto del compromesso sistematico”, e quello era un uomo che sapeva emozionare. D’altra  parte, una vita non merita di essere vissuta se non è il susseguirsi di emozioni. Lì dobbiamo tornare, a partire dalla nobiltà della Politica. E sono convinto, soprattutto, che questo possa essere realizzato senza ricorrere a toni sbraitanti, senza cadere nello stereotipo del-della populista che schiuma rabbia in televisione e che ha letto poco più dell’Intrepido e del Corriere dello Sport, che pensa che Pound sia la frazione di una sterlina e Gentile un terzino della Nazionale. Tutto ciò, condivido la tua analisi, passa per una necessaria ricostruzione. Ma se è vero che il tempo di Berlusconi e di quell’altro (che non cito per il fastidio che mi provoca pensare alle sue colpe) è passato, rifiuto di credere che il nuovo corso debba o possa essere circoscritto a chi ha fatto il cursus honorum nella destra. Ci sono tanti amici, che magari mai hanno pensato di collocarsi nella nostra area, che sono certo condividano sentimenti, programmi e priorità. Molte analisi sociali di Sacconi, programmi economici di Crosetto, sensibilità popolari di Fitto e potrei citarne a decine stanno bene con noi, e noi con loro.
Il vero tema non è rifare la destra, tornando di fatto ad isolarla nell’ignoranza di una comunicazione egemonizzante che non ha mai provato a capirla. La scommessa per tutti è accettare che un ciclo si è chiuso, e che nessuna cosmesi superficiale restituirà agli italiani il diritto di sognare.