Berlusconi: «Non mi candido, sarò l’allenatore»

Si vede «come allenatore» Silvio Berlusconi, che ieri, alla riunione dei gruppi parlamentari del Pdl, è tornato a rilanciare con forza il tema della riforme. «Sono a dispozione del partito, se mi volete», ha detto, sgombrando insieme il campo dall’ipotesi di una sua candidatura al Colle e, quindi, dall’idea che la proposta di riforma presidenzialista sia funzionale ai suoi piani personali. «Sono a disposizione del partito non come candidato alla presidenza del Consiglio, non come candidato al Colle, non come centroavanti, ma come allenatore», sono state le parole dell’ex premier, accolte da un applauso dei deputati, dei senatori e degli europarlamentari.
Dunque, come già detto e ripetuto fino allo sfinimento il nodo che si vuole sciogliere con la riforma “alla francese” è quello della governabilità, perché «bisogna avere la consapevolezza – ha sottolineato il Cavaliere – che il Paese, così com’è, non è governabile». A testimoniarlo Berlusconi ha chiamato «i 56 governi che ci hanno preceduto, durati in media undici mesi». A confermarlo ha passato in rassegna tutti i limiti che l’attuale assetto istituzionale pone al presidente del Consiglio e all’esecutivo: «Il governo non può revocare un ministro e il premier non ha potere di nomina, è tutto delegato al presidente della Repubblica, ai presidenti delle due Camere o all’Aula». Quanto agli strumenti normativi, poi, «a oggi il governo ha come unico strumento il ddl». «Non può bastare», ha detto Berlusconi, ricordando che anche il decreto è uno strumento non nelle disponibilità dell’esecutivo. L’ex premier ha portato l’esempio di quello che accadde lo scorso autunno quando «il Capo dello Stato non consentì il decreto nel momento in cui dovevamo intervenire subito quando l’Europa ce lo aveva chiesto». Per questi motivi, quindi, «occorre la riforma dell’architettura dello Stato».
Sullo sfondo resta il tema delle riforme già in discussione in Parlamento e tra le forze politiche, da quella dei partiti a quella della legge elettorale, fino alle modifiche istituzionali su cui si lavora al Senato e che il vertice del Pd usa come scusa per dire non si può mettere mano al presidenzialismo. Un argomento che non tiene nemmeno tra le file dei democratici, dove molte voci si sono fatte sentire per chiedere a Pier Luigi Bersani e al partito di non sottrarsi al confronto. Ieri è stato Fabrizio Cicchitto a ricordare che presidenzialismo e riforme già sul tavolo non sono in contraddizione e che anzi il primo va «innestato» sulle seconde. «Nell’immediato noi dobbiamo puntare su due questioni qualificanti: l’innesto del presidenzialismo sulle riforme istituzionali, dando ad esse un’incisività e una forza innovatrice che finora non hanno, e l’impegno su alcune questioni riguardanti l’economia italiana a partire dall’abbattimento del debito», ha detto il capogruppo alla Camera, intervenendo alla riunione del partito.
Ma nel ragionamento entra anche il tema delle elezioni, all’ordine del giorno dell’incontro tanto quanto le riforme, l’atteggiamento da tenere nei confronti del governo, la futura strutturazione del Pdl. O meglio a tutti queste questioni legato a doppio filo. «Non credo che la sinistra abbia la vittoria in tasca e i moderati non devono consegnare a loro il Paese», ha detto Berlusconi, aggiungendo che «con i sondaggi di cui disponiamo, in una competizione alla francese, verrebbe fuori una maggioranza di centrodestra, così come dimostrano le elezioni dal 1948 ad oggi». «Noi – ha proseguito – abbiamo saputo dare delle speranze che si sono rivelate delle illusioni. Abbiamo parlato di rivoluzione liberale, eravamo in buona fede, ma ci siamo illusi anche noi, mentre adesso abbiamo le idee chiare. In futuro – ha concluso Berlusconi – attiveremo una rivoluzione liberale per far sì che il benessere non sia di pochi, ma di tutti».