Berlinguer e Almirante, la politica del rispetto

Nel ventottesimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer, lunedì prossimo, molti ricorderanno il leader del Pci per il suo impegno nel denunciare la “questione morale”, leit motiv di questo scorcio della seconda Repubblica. Ma forse pochi si soffermeranno sulla capacità di Berlinguer di rispettare gli avversari e di dialogare con loro, un costume, una mentalità, che la politica italiana, immersa in un perenne gioco delle tifoserie, ha progressivamente perso, ammantando le divisioni di una nebbia ideologica molto simile a un retorico polverone e incapace di parlare ormai a una società rinnovata.
Eppure Berlinguer, scomparso nel 1984, era un uomo culturalmente cresciuto dentro il fervore ideologico. Come molti ricordano, Giorgio Almirante non esitò a rendergli omaggio alla camera ardente, con un gesto simbolico di grande valore che intaccò in profondità il muro dei pregiudizi tra sinistra e destra. Questa la cronaca su Repubblica di quella storica mossa di Almirante: «Il fatto è assolutamente inedito e sorprendente: per la prima volta, il segretario del Movimento sociale (preceduto da una telefonata di “sondaggio”) ha varcato il portone delle Botteghe Oscure ed è stato ricevuto da due dirigenti comunisti del livello di Nilde Jotti e Giancarlo Pajetta. Proprio così: un ex grande comandante partigiano, “Nullo”, faccia a faccia per un quarto d’ ora con l’uomo che fu accusato (ma ne seguirono smentite e querele e processi) d’essere stato una pedina della Repubblica sociale. Ed ora eccolo Almirante, che ritto, nel suo impeccabile abito grigio, al centro della camera ardente, si fa il segno della croce e leggermente si inchina di fronte alla cassa di legno chiaro. Mentre il picchetto d’onore che in quel momento allinea sei membri della direzione del Pci (fra cui Cossutta, Cervetti e Chiarante) indirizza i suoi sguardi severi oltre la vetrata. La scena non dura che pochi secondi. Poi il segretario dell’Msi se ne va, per l’ingresso di via dell’Aracoeli, ripetendo due volte, a richiesta di una troupe cinematografica, la storica uscita. Al microfono del regista Luigi Magni, Almirante dirà: «Non sono venuto per farmi pubblicità, ma per salutare un uomo estremamente onesto».
Il Secolo d’Italia non mancò di salutare la dipartita di Berlinguer con accenti consoni alla statura del personaggio, non più trattato come nemico, ma giudicato lealmente da avversario con le sue luci e ombre. Fu l’allora direttore Alberto Giovannini, un uomo che aveva vissuto l’esperienza della Rsi, a tratteggiare un profilo di Berlinguer dai toni tutt’altro che ostili: «Se n’è andato  – scriveva Giovannini – il segretario del Pci, accompagnato dal dolore e dal rimpianto dei suoi molti militanti, e dal solidale rispetto degli avversari; ma se n’è andato anche lasciando il suo partito politicamente a metà del guado. L’avvento del giovane sardo, di nobile nascita e di educazione libertaria, privo del carisma della cospirazione e della resistenza antifascista, rappresentò un trapasso “rivoluzionario” col quale la vecchia guardia stalinista sacrificò, praticamente la generazione di mezzo (quella cioè degli Ingrao, degli Alicata, dei Natta, dei Napolitano) tutta o quasi di estrazione littoria». Berlinguer gestì l’appannamento del mito della rivoluzione d’ottobre con un «comunismo dal linguaggio nuovo», sostituendo la propria immagine di «intellettuale aperto, impegnato ad aprire la via al socialismo dal volto umano» a quella viziata dalla «rozzezza dogmatica di Longo e dalla polemica sanguigna di Pajetta». Per questo – concludeva Giovannini – «attorno al suo feretro i compagni piangono oggi, giustamente, la scomparsa di un uomo onesto che ha cercato anche di essere giusto». Quando morì Giorgio Almirante, del resto, fu Nilde Iotti a recarsi alla camera ardente del leader missino in via della Scrofa, tributandogli l’omaggio che gli era dovuto per il ruolo storico assolto, quello cioè di traghettare pienamente nella vita democratica del Paese un partito sorto all’insegna del reducismo.
Se Alberto Giovannini poteva usare parole miti, rispottose e sincere per commentare la morte di un avversario, va ricordato – e pochissimi lo sanno – che lo stesso Enrico Berlinguer fin dal 1951 incarnava un “comunismo dialogante” come dimostra l’invito rivolto ai giovani del Msi a scrivere sulle colonne del giornale della Fgci Pattuglia. Lo racconta Paolo Buchignani nel suo libro Fascisti rossi dove riporta l’appello ai giovani dello stesso Berlinguer «per la salvezza della Patria»: «Noi esortiamo apertamente i nostri 470.000 giovani ad abbandonare ogni orientamento settario ed esclusivista, ad avvicinarsi, in centinaia di migliaia di dibattiti, a tutti i giovani italiani… Noi non escludiamo nessuno, non c’è ambiente, non c’è scuola, fabbrica o villaggio, non c’è giovane con il quale noi non vogliamo discutere. Sappiamo che anche in quei movimenti che si considerano generalmente nostri avversari vi sono giovani in buona fede, giovani che riflettono con la loro testa, forze sane da risvegliare per l’interesse del Paese». Nell’autunno del 1950 Berlinguer impone ai militanti della sezione romana di Monte Sacro di organizzare nella loro sede un incontro con Pino Rauti, che fu anche il primo a rispondere all’invito berlingueriano a scrivere sulla rivista dei giovani comunisti. Un intervento nel quale Rauti si dimostra d’accordo sul giudizio negativo espresso da Botteghe Oscure relativamente alla classe dirigente italiana e alla sua crisi; ritenendo tuttavia che prima ancora della patria e della pace «la gioventù debba discutere di un problema che sta alla base di tutti gli altri, quale compito, quale funzione, quale missione i giovani ritengono di poter indicare oggi a tutto il popolo italiano per farlo uscire dall’abulìa che lo va conquistando sempre di più…». Seguì, sul numero successivo di Pattuglia, un’inchiesta sui giovani del neofascismo cui viene rivolto un appello affinché si uniscano tutte le giovani generazioni che lottano per la pace e per l’indipendenza nazionale.
Si tratta di aspetti marginali ma importanti della storia politica italiana che dimostrano come personaggi che avrebbero dovuto, per la loro formazione e per il clima storico di cui erano partecipi, guardarsi in cagnesco o coltivare una reciproca diffidenza, seppero invece ricercare punti di contatto in nome di un superiore bene nazionale. Una vera e propria lezione per quanti oggi coltivano ancora la retorica della diffidenza, sono pronti a innalzare il muro del pregiudizio, o ritengono che vadano perpetuate le luttuose parole d’ordine dell’antifascismo militante. Lo si è visto di recente in occasione dell’ennesima fiammata polemica che ha accompagnato la decisione del II Municipio di Roma di avviare l’iter per l’intitolazione di una strada a Giorgio Almirante. L’accanimento con il quale si cerca di perpetuare un antifascismo antistorico è direttamente proporzionale all’ignoranza della storia recente del nostro paese, dove non mancano – come abbiamo cercato di dimostrare anche qui – episodi che rimandano al dialogo, al rispetto, al confronto responsabile al di là delle appartenenze partitiche. Figure come Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante operarono per istituzionalizzare il confronto: il primo sfrozandosi di andare oltre i dogmatismi del comunismo, il secondo lavorando per quella pacificazione che fu uno degli obiettivi primari del Movimento sociale.
È invece patetico, oggi, lo spettacolo di chi risuscita antichi steccati in nome di ideologie sepolte, fingendo di difendere un’inesistente “purezza identitaria” ma in realtà cercando di rinchiudere ancora nell’odio e nel pregiudizio il confronto politico. Una scorciatoia che la sinistra sicuramente intende imboccare in vista della prossima campagna elettorale a Roma, perdendo ancora una volta l’occasione per smarcarsi dal vizio della demonizzazione. Una sinistra orfana di Berlinguer ma soprattutto incapace di esserne erede.