Avanti tutta: con la Lega è quasi fatta

Adesso o mai più, le condizioni e i numeri ci sono senza aspettare la prossima legislatura e temporeggiare con l’ipotesi di referendum da celebrare dopo le politiche del 2013 come chiede il Pd. L’affondo del Pdl sul presidenzialismo va avanti a ritmo serrato e la possibilità che gli emendamenti presentati in Senato vadano in porto è molto concreta. Se la Lega confermerà nelle prossime ore le aperture di Bobo Maroni (possibilista, a patto che si proceda con il Senato federale e l’ulteriore riduzione del numero dei parlamentari) il via libera è assicurato. Sarebbe un colpaccio per il partito di Alfano impegnato a lanciare segnali concreti all’elettorato per tornare protagonista nel panorama politico.  Sulla carta i numeri per approvare velocemente i modello francese ci sono: se il Carroccio voterà insieme al Pdl, i sì saranno 149 (a cui vanno aggiunti 6 finiani) contro 139 no (Pd, Idv e Udc). Tra oggi e domani lo show down.
Le parole ultimative di Ignazio La Russa, che ha messo in guardia da possibili defezioni, e il tavolo di ieri pomeriggio con «gli amici leghisti» tenuto da Maurzio Gasparri dimostrano che la sfida è seria e le consultazioni avanzano spedite. «Sono ottimista sulla possibilità di coniugare riforma presidenziale e federalismo. Stiamo procedendo», ha detto il presidente dei senatori pidiellini. Sarà la capigruppo di questa mattina a decidere il calendario delle votazioni: potrebbe votarsi oggi stesso o al massimo martedì. «Andremo avanti con i nostri emendamenti. Il Parlamento scelga davanti agli italiani. Noi vogliamo dare più potere ai cittadini, altri invece da sinistra difendono riti di Palazzo», taglia corto Gasparri.
Gli emendamenti al testo sulla riforma costituzionale approvato in commissione dalla maggioranza, tra cui quelli sul semipresidenzialismo, sono circa 370: l’Aula ha a disposizione circa 7 ore di discussione generale.
«L’Italia è matura» per il presidenzialismo. Anzi, ne ha assolutamente bisogno. Se lo vogliono, le forze politiche possono modificare la Costituzione in questo senso entro la scadenza delle legislatura». Lo scrive Roberto Formigoni nel suo e-book Il buon governo fresco di stampa. Anche per il governatore della Lombardia la tempistica è a favore e le condizioni generali le più idonee per mettere mano a una riforma che gli italiani aspettano da anni. «Il presidenzialismo sarebbe la novità capace di rimettere in moto l’inceppata situazione italiana, e di ridare dignità agli stessi partiti. Tuttavia, se il progetto di riforma venisse respinto, si dovrebbe perlomeno prendere atto di come la corsa al Quirinale, inquinata dalla trasformazione del ruolo che la presidenza della Repubblica è venuta assumendo, stia diventando fattore di impazzimento della situazione politica». E allora  – sostiene Formigoni a titolo personale – le maggiori forze politiche dovrebbero impegnarsi a rieleggere un capo dello Stato come Giorgio Napolitano. Anche Renato Brunetta fa il suo pressing smontando il castello delle Cassandre del Pd che, dietro lo scudo referendario, vorrebbero rimandare tutto e incassare subito la riforma della legge elettorale.
«Sono assolutamente favorevole al presidenzialismo. È una grande occasione per l’Italia. Non bisogna badare a chi dice che non c’è tempo e bisogna fare dibattiti. I dibattiti sono stati fatti già con la Bicamerale ai tempi di D’Alema. C’è tutto il tempo per realizzarlo. E poi – aggiunge l’ex ministro –  il presidenzialismo, di fatto,  c’è già. Basta solo formalizzarlo attraverso una modifica costituzionale per dare la parola già l’anno prossimo ai cittadini perché eleggano il loro presidente della Repubblica».
La linea è quella tracciata da Alfano dai microfoni di Porta a Porta: serrare i ranghi senza cedere ad accordi al ribasso per ridare credibilità alla politica e restituire nuova linfa alla partecipazione popolare. L’elezione diretta del capo dello Stato, però, è anche una sfida per rimettere in gioco il centrodestra con una battaglia storica che viene da lontano. «Noi insisteremo perché si tratta di un’occasione irripetibile per le istituzioni repubblicane: un elemento di efficienza democratica e di buon senso». Di conseguenza, aveva detto il segretario del Pdl, «andare a un onorevole compromesso con il Pd sul doppio turno per noi non è negativo se tutto si sposa, perché guardiamo agli interessi degli italiani». Niente da fare, invece, se il Pd confermasse il no alla riforma presidenziale, «non credo che il doppio turno sarebbe la legge elettorale migliore se sganciata dalla elezione diretta del presidente della Repubblica». Un altro fronte caldo sul quale si lavora a via dell’Umiltà è quello dello sviluppo attraverso la dismissione del patrimonio pubblico. Un tema caro a Guido Crosetto che sta impegnando il Pdl nella scrittura di una bozza da sottoporre al ministro Passera. Non a caso pochi giorni fa la Corte dei conti è tornata a chiedere con insistenza al governo Monti l’immediato abbattimento del debito pubblico mediante la dismissione del patrimonio pubblico, prima che il Paese crolli definitivamente sotto il peso dei quasi 2mila miliardi che compongono lo stock. 
In casa democratica, invece, è buio fitto in materia di riforme costituzionali, con Anna Finocchiaro a sponsorizzare (insieme a Luciano Violante) un ipotetico referendum per decidere sul presidenzialismo, Rosy Bindi a negare che la proposta sia stata affrontata dalla direzionale nazionale di venerdì («Sogno o son desta?») e alcuni maliziosi deputati che ricordano la lettera su Avvenire del 6 giugno scorso nella quale la Bindi e Vannino Chiti proponevano  «addirittura un referendum propositivo».