AAA cercasi sovranità disperatamente

La sovranità? Si è resa irriconoscibile. Il popolo sovrano che esercita il proprio potere attraverso il voto? Un mantra al quale sempre meno cittadino credono, complice la sensazione di una sovranità che non appartenga neppure al governo.
Cittadini senza sovranità, né nel proprio Paese né in Europa. È il quadro che emerge dalla ricerca del Censis presentata nel corso del convegno di mercoledì scorso a Roma.
Per gli italiani la sovranità perduta è quella del cittadino. Il 75% ritiene che la propria voce non conti nulla in Europa. Solo tra i greci si registra una percentuale più alta di persone che la pensano così (l’84%) e anche tra gli spagnoli la quota è elevata (68%), superiore al valore medio dell’Unione europea (61%). Sono invece convinti del contrario soprattutto gli olandesi e i tedeschi, dove le percentuali di chi crede di non contare in Europa si riducono rispettivamente al 43% e al 44%. Il 77% degli italiani ritiene di non avere sovranità neppure nel proprio Paese, così come l’84% dei greci e più della metà degli spagnoli (52%). Al contrario degli olandesi e dei tedeschi, convinti che la propria voce conti nel proprio Paese rispettivamente nell’81% e nel 70% dei casi. Non c’è sovranità dei cittadini né in Italia né in Europa, è forte il senso di impotenza rispetto ai processi decisionali, ed è ampio il gap tra le opinioni della gente comune e le decisioni dei leader politici: la pensa così il 91% degli italiani.
Chi ha il potere reale?
Per centocinquant’anni siamo stati abituati all’idea che la sovranità è nello Stato, e nella politica che lo gestisce ai vari livelli, ma oggi ci rendiamo conto ogni giorno di più che la sovranità è altrove. Chi esercita il potere reale «nel» e «sul» nostro Paese in questa fase? Naturalmente, per la maggioranza degli italiani (il 57%) è ancora il governo nazionale, ma per il 22% l’Unione europea, per un ulteriore 22% i mercati finanziari internazionali, per il 13% gli organismi sovranazionali (dal Fondo monetario internazionale alla Banca mondiale). L’indagine del Censis mostra come la geografia percepita dei poteri reali varia però considerevolmente tra i diversi gruppi sociali. Solo per il 45% dei soggetti con titolo di studio più elevato la sovranità risiede ancora nel governo nazionale, per il 25% è stata ceduta all’Unione europea. E sono in molti a pensare che la sovranità non sta più non solo nello Stato, a volte persino umiliato da decisioni imposte dall’esterno, ma neanche negli organismi sovranazionali, ormai svuotati della loro base di rappresentanza degli Stati membri e spesso ridotti a meri portavoce dei vincoli che i mercati impongono alle comunità nazionali. Per il 27% degli italiani laureati la sovranità è slittata sempre più in alto, nel potere incontrollato della finanza internazionale. E il popolo? Sovrano in Costituzione, destinato al mugugno o alla piazza. La sudditanza ai circuiti finanziari internazionali percepita a livello sociale convive infatti con la convinzione che le istituzioni nazionali avrebbero potuto fare di più. Si riversa così sulla politica, e più ancora sul personale politico dei partiti, la delusione per non avere saputo mediare tra le dinamiche finanziarie globali e la vita quotidiana dei cittadini.
Legittimati i «tecnici», ma i giovani non sono d’accordo. C’è la sensazione di un potere reale inutilizzato o male utilizzato da governi e parlamenti nazionali, che in molti Paesi ha alimentato le retoriche più estremiste, che hanno finito per coalizzarsi contro le élite europeiste. Ma in Italia il processo non si è ancora spinto così in là. Da noi vince una retorica antipartitica piuttosto che antielitaria: oggi l’élite dei «tecnici» è ancora beneficiaria di una luna di miele che li vede come salvatori rispetto all’inconcludenza della politica del passato. La magia della competenza esercita il suo fascino, visto che il 55% degli italiani pensa che al vertice della cosa pubblica ci sia bisogno soprattutto di persone competenti, non importa se non elette dal popolo, non importa se prendono decisioni impopolari. Per il restante 45% c’è invece bisogno di rappresentanti votati democraticamente, che rispondano di quello che fanno di fronte agli elettori. I giovani (tra 18 e 29 anni), più frustrati degli altri dalle mediocri prospettive per il loro futuro, sono quelli che subiscono di meno il fascino del potere taumaturgico dei tecnici: per il 54% è giusto che a governare siano rappresentanti espressi dai cittadini, con una chiara imputazione di responsabilità.
Un sì condizionato all’Europa
Sì all’Unione europea, ma con riserva. Il 67% degli italiani ritiene che oggi la Ue disponga già di poteri e strumenti sufficienti per difendere gli interessi economici dell’Europa nell’economia globale e che quindi non vadano rafforzati (la percentuale è superiore alla media europea: 61%). Il 46% pensa che non ci debbano essere ulteriori accelerazioni nello sviluppo di comuni politiche europee e che, se ci sono Paesi pronti per saltare a un livello più alto di unificazione, devono aspettare che anche gli altri lo siano.
A proposito di sacrifici, per uscire dalla lunga fase di crisi economica e finanziaria, il 22% degli italiani si dice disposto ad andare in pensione in età più avanzata, un altro 22% a pagare più cari i servizi pubblici, il 21% a versare una imposta una tantum, il 18% a lavorare per più ore a parità di stipendio, l’11% a pagare più tasse. E per tagliare debito e deficit e mettere a posto i conti pubblici, il 76% è pronto a chiedere sempre scontrini, ricevute e fatture e il 67% a denunciare gli evasori fiscali, delle cui malefatte si dovesse venire a conoscenza. In tempo di recessione economica, almeno contro l’evasione, la sovranità dello Stato non solo è ben accetta, ma quasi pretesa.