Un’altra manovra? Sì, ma non ditelo in giro

Fatelo dire agli altri, l’importante è che non lo dica io. È questa la nuova tattica di Monti. Passato il periodo in cui sembrava trasformare tutto quel che toccava in oro, piombato all’improvviso in un crollo di consensi e nella rabbia della gente “tartassata”, si esibisce in un dribbling per scansare l’idea della manovra aggiuntiva, che aggiungerebbe un altro peso sulle spalle di chi già ha la schiena a pezzi. «Non la vedo all’orizzonte», afferma in conferenza stampa a Palazzo Chigi. A suo dire l’Italia è sulla strada giusta «per avere con i provvedimenti già presi un leggero avanzo strutturale nel 2013». Peccato che l’Ocse, il Fmi e la Commissione Ue la pensino in tutt’altro modo. E non sono pareri di second’ordine. Sul tavolo ci sono i rischi connessi alla recessione, la ripresa che non arriverà prima della fine dell’anno prossimo e il fatto che, in conseguenza di ciò, non sarà possibile azzerare il deficit prima del 2014, vale a dire un anno dopo rispetto alle previsioni del governo e agli impegni contratti con l’Europa. Un bel guaio, per tutti. Che però Monti, adesso, cerca di nascondere in qualche modo, perché la situazione è già di per sé calda.

Pil in retromarcia
L’Economic Outlook dell’Ocse fornisce ai giornalisti una serie di cifre e di previsioni e conferma che quest’anno il prodotto interno lordo dell’Italia è destinato a subire una flessione dell’1,7 per cento a cui, nel 2013, seguirà un rosso dello 0,4 per cento. Di ripresa non si potrà parlare se non prima della fine dell’anno prossimo. Il tutto in un’area, quella dell’Eurozona, che quest’anno si contrarrà dello 0,1 per cento e il prossimo, dopo una stabilità nel primo trimestre, calerà dello 0,3 per cento tra aprile e giugno, per poi tornare a crescere negli ultimi due trimestri dell’anno (rispettivamente +0,3 e + 0,7 per cento). Chi si aspetta che la benzina per crescere possa arrivare dall’estero è destinato a rimanere deluso. E l’Ocse, che arriva a consigliare una «riduzione degli stipendi reali per renderli più conformi alla produttività», dare «una spinta alla competitività e contenere la disoccupazione» propone, di fatto, un salto nel buio. «Tagliare il costo del lavoro per ridurre la disoccupazione» va bene ma, certo, nessuno può pensare di intaccare ancora le buste paga reali, vale a dire quanto entra in tasca dei lavoratori, perché in questo modo si darebbe un colpo mortale ai consumi che, invece, vanno sostenuti per promuovere lo sviluppo.

Salari al palo

Negli ultimi venti anni le retribuzioni dei lavoratori sono rimaste sostanzialmente al palo. Il rapporto annuale dell’Istat vaglia le cifre e certifica: tra il ’93 e il 2011 la variazione in termini reali è sostanzialmente nulla. Colpa di riconoscimenti economici contrattuali insufficienti, ma colpa anche di un fisco il cui peso è andato via via crescendo. Il lavoro costa carissimo alle imprese, ma rende poco a chi viene retribuito, innescando una sorta di bomba sociale che, per effetto della crisi, rischia di esplodere in tempi brevi. L’Italia ha il primato europeo per la pressione fiscale sul lavoro. Tasse più oneri sociali, secondo Eurostat, nel 2009 pesavano per il 42,3 per cento sulla busta paga, ma già nel 2010 l’incidenza era salita al 42,6 e, recentemente, è aumentata ancora, anche per effetto dei provvedimenti varati dal governo Monti (quest’anno  il peso del fisco sulle persone fisiche è destinato a crescere di quasi due punti percentuali passando dal 45,6 al 47,3 per cento). E soprattutto il rapporto con gli altri che far capire la drammaticità del problema: l’incidenza media del prelievo sugli stipendi nei 17 Paesi dell’Eurozona è del 34 per cento, mentre in Germania si paga il 37,4, in Francia il 41 e in Spagna il 33 per cento. La Cgia di Mestre fa degli esempi e tramuta le aride cifre in numeri comprensibili per tutti. La simulazione è effettuata sullo stipendio mensile di un operaio dell’industria, che al netto vale 1.226 euro, ma al datore di lavoro ne costa 2.241, e su quello di un impiegato della stessa industria che percepisce 1.620 euro mensili netti, ma costa all’impresa 3.050.

Disoccupati al top
Dal quadro delineato è evidente che nessuna rivoluzione è possibile se non si mette mano al sistema impositivo che strangola imprese e cittadini. Abbattere il differenziale tra salario lordo e netto è un imperativo non più rinviabile. I lavoratori avranno più risorse da spendere in consumi e per la loro famiglia, l’azienda pagherà qualche cosa in meno, ma anche lo Stato incasserà di meno. Almeno in una prima fase. È evidente, infatti, che in questo modo si scommette sullo sviluppo e sulla possibilità di creare lavoro in un Paese dove recessione, deficit e disoccupazione stanno creando un mix micidiale. Secondo l’Ocse i senza lavoro saliranno alla fine dell’anno al 9,4 per cento, contro l’8,4 del 2011, per arrivare al 9,9 per cento nel 2013. Facciamo meglio dell’Eurozona, dove il tasso di disoccupazione è previsto al 10,8 per cento, già quest’anno, ma siamo comunque lontani anni luce dalle cifre che eravamo abituati a fronteggiare. Si pensi che ancora nel 2007 i disoccupati italiani erano fermi al 6,1 per cento. Sul peggioramento della situazione attuale pesano le scadenze  di periodo della cassa integrazione, ma anche  un significativo aumento delle persone in cerca di un’occupazione. Solo i cosiddetti «scoraggiati», vale a dire coloro che pur non avendo un lavoro non lo cercano perché pensano di non trovarlo, sono un milione e 800mila. C’è poi una presenza sempre più robusta di occupati atipici (dipendenti a tempo determinato, collaboratori o prestatori d’opera occasionali): negli anni Sessanta erano appena il 23,2 per cento, negli anni Settanta avevano già raggiunto il 31,1, mentre per i nati dal 1980 in poi si raggiunge la percentuale del 44,6 per cento (quasi uno su due).

Lo spettro della povertà
Può sembrare un’uscita ad effetto, ma sfortunatamente non è così: la povertà mette ancora paura, soprattutto nel Mezzogiorno. È forte, infatti, la differenziazione tra le aree del Paese: al Sud sono povere 23 famiglie su 100, al Nord 4,9 (dati 2010). Il 67 per cento delle famiglie e il 68,2 per cento delle persone povere risiedono di fatto nel Meridione. È poi peggiorata la condizione delle famiglie più numerose: in condizione di povertà relativa vive il 29,9 per cento di quelle con cinque e più componenti (+7 per cento rispetto al 1997). Nelle famiglie con almeno un minore, invece, l’incidenza della povertà è del 15,9 per cento. Complessivamente la povertà relativa interessa 1 milione e 876 mila minori. Com’è possibile tutto questo? Si guadagna di meno rispetto al 1997? No, non è così. L’impoverimento è dovuto al fatto che è sceso il potere d’acquisto e si è ridotta la propensione al risparmio. Dal 2008, ad esempio, il rapporto Istat segnala che «complessivamente il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,1 per cento in valori correnti, ma il potere d’acquisto (cioè il reddito in termini reali) è sceso di circa il 5 per cento». Secondo la Confederazione italiana agricoltori le famiglie sono allo stremo e l’effetto più immediato di questa crisi è un’ulteriore compressione dei consumi di prima necessità come quella degli alimentari che, anche nel 2012, tenderanno a ridursi. Le manovre del governo in materia di imposte, pensioni e tagli alla spesa hanno fatto sì che in questi primi cinque mesi del 2012 i comportamenti d’acquisto delle famiglie siano improntate a quella prudenza che si era già registrata nell’ultima parte del 2011: continuano a comprare poco e, quando lo fanno, passano per sconti e offerte della grande distribuzione o cercano il massimo risparmio nelle cattedrali del “low-cost”. Oltre la metà delle famiglie fa sapere di aver già modificato il menù quotidiano, il 35 per cento limitando gli acquisti e quasi il 40 per cento rivolgendosi esclusivamente a promozioni commerciali e discount. «Questo significa che quasi 10 milioni di famiglie – sostiene la Cia – oggi riempie meno le buste della spesa, spesso perdendo anche in qualità del prodotto».