Una fiducia con la “condizionale”

Due ore e mezzo di vertice, durante il quale si è discusso di crisi, giustizia e Rai. Ma intorno al quale per molte ore c’è stata una sorta di consegna del silenzio. Poi è arrivata la convocazione a Palazzo Grazioli in serata e si è saputo che Berlusconi voleva informare personalmente i vertici del partito sull’esito del pranzo che aveva avuto con Monti e al quale avevano partecipato anche Angelino Alfano, Gianni Letta e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Catricalà. Nel frattempo alla Camera si votava la fiducia al decreto sulle commissioni bancarie e alcuni deputati del Pdl lanciavano segnali. 

Il Cav vota la fiducia
Come è andato l’incontro? «Se sono qui per votare la fiducia…», ha risposto il Cavaliere ai cronisti che gliene chiedevano conto. Dunque, il voto di ieri dell’ex premier va letto anche come un segnale. Il segnale che il Cavaliere continuerà a garantire il sostegno al governo, perché «di fronte a questa crisi economica – avrebbe detto anche a Monti – non possiamo permetterci una crisi di governo».

Ma nel Pdl c’è chi dice no
Ma se ai segnali bisogna affidarsi, va anche rilevato che il voto non è stato tra i più convinti per il governo: con 447 sì, 73 no e 31 astenuti è stato, anzi, la peggiore perfomance del mandato. Solo altro provvedimento era andato peggio, visto che i sì erano stati 420, i no 78 e gli astenuti 35. Quello però era il decreto cosiddetto “svuotacarceri”, ovvero una misura fortemente controversa e su cui le questioni di coscienza pesarono più di quelle politiche. Stavolta, invece, il voto era tutto politico, soprattutto per il Pdl. A confermarlo c’è proprio quella battuta di Berlusconi che ha messo insieme fiducia e vertice a Palazzo Chigi. Ma ci sono anche le prese di distanza di alcuni deputati del partito, che arrivano all’indomani della propugnata linea delle mani libere scaturita dal dopo-amministrative. Guido Crosetto ha votato no insieme ad Alessandra Mussolini, Carla Castellani, Francesco Aracri, Viviana Beccalossi e Maurizio Bianconi. Sono stati 13, poi, gli astenuti. Fra loro c’erano i membri della commissione Giustizia Manlio Contento, Giuseppe Cossiga, Enrico Costa, Maurizio Paniz, Francesco Paolo Sisto, Luigi Vitali, che così hanno voluto manifestare il loro disagio sui temi della giustizia. Ma c’erano anche Antonio Martino, Deborah Bergamini, Giuseppina Castiello, Giuseppe Moles, Giorgio Stracquadanio, Guglielmo Picchi e Carlo Nola. Il disagio nel Pdl, del resto, non è un segreto. Come non è un segreto la disaffezione che il sostegno a Monti sta provocando nell’elettorato. Proprio per via di questo “effetto collaterale”, l’altro giorno, alla vigilia del vertice tra Berlusconi e Monti, Ignazio La Russa aveva manifestato delle perplessità. «Io non sarei andato», aveva detto il coordinatore del partito, spiegando che alla vigilia del ballottaggio l’incontro rischiava di essere una «auto-fustigazione». La presa di posizione dell’ex ministro della Difesa è stata letta dai giornali come un «attacco degli ex An» al Cavaliere, con la solita tesi: lavorerebbero per spostare il partito all’opposizione, anche a rischio di frantumarlo. Questa tesi è stata sposata ieri anche da cinque senatori del Pdl Paolo Amato, Valerio Carrara, Salvatore Mazzaracchio, Massimo Palmizio e Ferruccio Saro, per i quali quella di La Russa più che una preoccupazione legata al voto sarebbe stata «un gioco al massacro, che punta a scardinare il governo e a frapporre ostacoli alla costruzione della casa comune dei liberali e moderati». I cinque, quindi, hanno chiesto agli altri due coordinatori, Denis Verdini e Sandro Bondi, cosa ne pensassero. Non hanno ottenuto, però, alcuna risposta. Una replica, invece, è arrivata dall’ex sottosegretario Stefano Saglia. «Necessitano di occhiali nuovi», ha detto il deputato, spiegando che i cinque senatori «non hanno saputo nemmeno leggere che l’ex-ministro della Difesa non ha espresso alcuna contrarietà a un incontro di Berlusconi e Alfano previsto e prevedibile. Bensì non ha condiviso, spiegandone le ragioni, la scelta di incontrare Monti a due giorni dalla fine della campagna elettorale per i ballottaggi».

Un «cinematografico» piano segreto
Ma il tema della lotta interna, dei progetti di smembramento e degli scenari futuri più inaspettati sembra appassionare più i giornali che il partito. Ieri sia la Stampa sia il Corriere della sera, per esempio, parlavano di un «piano segreto» per spacchettare il Pdl. A concepirlo però sarebbe stato Berlusconi in persona. Il Cavaliere vorrebbe, secondo le ricostruzioni, fare per le prossime elezioni due diverse liste: una dei “duri”, capitanata da Daniela Santanché, contigua ma distinta dal Pdl; l’altra dei “tiepidi”, che sarebbe poi quella del Pdl vero e proprio. Il Corsera, già nel pezzo, riferiva che nel partito lo scenario veniva liquidato come una «fantasia, ci manca solo che ci dividiamo», era il commento di un dirigente anonimo del partito. A sgombrare il campo in via definitiva dalla fantapolitica ci ha pensato Fabrizio Cicchitto. «Sarebbe la prima volta che all’interno del Pdl qualcosa di segreto resta davvero tale, visto che di tutto ciò non abbiamo mai sentito parlare», ha detto il capogruppo alla Camera, per il quale «la divisione tra “duri” e “molli” ha un sapore cinematografico». «A nostro avviso – ha spiegato Cicchitto – la via maestra rimane quella di un Pdl rinnovato eventualmente anche nella sigla, che unitariamente punti ad andare oltre se stesso in un rapporto con forze nuove e tradizionali del centro e ristabilendo i riferimenti sociali di cui ha parlato ieri il senatore Sacconi. In questo quadro, poi, oggi, domani, e dopodomani, i massimi dirigenti del partito possono incontrare, senza problemi e remore, chiunque. Ovviamente, in primo luogo il presidente del Consiglio, con il quale c’è da discutere un contenzioso assai lungo, difficile e complesso».