Un pacchetto di riforme che sembra un “pacco”

Giorgio Napolitano, ieri, è tornato a parlare di riforme. Ospite della Cattolica di Milano ha definito «ineludibile» quella della legge elettorale e «limitato, ma significativo» il pacchetto di riforme costituzionali su cui ora si torna a discutere in commissione al Senato. Il presidente della Repubblica, quindi, ha invocato «un sollecito svolgimento dell’iter parlamentare», richiamandosi anche a un editoriale del costituzionalista Michele Ainis sul Corriere della Sera. «Anais ha scritto cose appropriate, decise, severe ma costruttive e – ha spiegato il capo dello Stato – si riferiva espressamente a quel pacchetto di riforme, limitato ma significativo, di proposte di modifiche costituzionali già presentato». In sostanza anche Ainis invitava ad andare avanti con la modifica della Carta, ricordando che se ne parla da trent’anni e che sempre i tentativi si sono risolti in buchi nell’acqua. «Fate poche cose, ma fatele. Il meglio è nemico del bene», esortava il professore, chiudendo con un avvertimento alle forze politiche: «Per i partiti è urgente decidere di decidere».

I partiti e la necessità delle riforme
Sulla validità del richiamo non c’è alcun dubbio. Gli stessi partiti, del resto, sembrano esserne consapevoli. Anna Finocchiaro su Repubblica e Carlo Vizzini sul Corriere della Sera, ieri, dicevano sostanzialmente la stessa cosa: abbiamo poco tempo, ma ce la dobbiamo fare. Che il Pdl sia assolutamente convinto della necessità di andare avanti l’ha chiarito, poi, qualche giorno fa lo stesso Silvio Berlusconi, con una forte apertura al dialogo a cui Pier Luigi Bersani, però, aveva risposto con un «c’è poco da trattare». Proprio le chiusure del segretario del Pd sarebbero state, secondo alcuni osservatori, una delle ragioni dell’incontro di sabato tra Napolitano e Monti. Il capo dello Stato, insomma, parlando delle riforme con il Professore, avrebbe anche voluto mandare un segnale a Bersani, richiamandolo a più miti consigli. Ne va della governabilità del Paese e della credibilità della politica, ma nell’immediato ne va anche di un’altra cosa che sta molto a cuore al Colle: il governo.

Ma anche il governo non può farne a meno
Napolitano ha voluto Monti e i partiti lo hanno accettato sulla base di due giustificazioni: salvare l’Italia dal baratro economico e fare le riforme. Per i risultati sul primo obiettivo si può ricordare che ieri lo spread era a 430 e che, anche come dato medio, l’atteso miracolo sul differenziale non c’è stato. In più ci sono quelle politiche sintetizzate nella battuta «Monti salva l’Italia, ma ammazza gli italiani», a cui certe volte, in attesa delle misure per la crescita, viene il timore di dover aggiungere un «forse»: «Forse salva l’Italia….». Resta dunque il capitolo riforme, a cui ora Monti mette mano con il puntello del Quirinale.

Cosa prevede il “pacchetto”
Fra le priorità all’ordine del giorno ci sono la riforma dei partiti, che però è “solo” la molto tardiva attuazione di quell’articolo 49 che nella Costituzione già esiste, il taglio dei rimborsi elettorali del 50%, che però ricalca una legge che è stata approvata con il governo Berlusconi e che prevedeva un taglio del 30%, e la legge elettorale, che non è una riforma costituzionale, ma che con queste va insieme e che da molti è indicata come la madre di tutte le riforme. È però ancora in alto mare e ogni discussione più approfondita sia stata rinviata a dopo i ballottaggi. Poi ci sono le riforme istituzionali vere e proprie: maggiori poteri al presidente del Consiglio, modifica del bicameralismo perfetto, riduzione del numero dei parlamentari.

Testi deboli
A prenderle per titoli queste riforme sono né più né meno di quelle che il centrodestra ha tentato di realizzare dal 2003 in avanti. Ma, appunto, di titoli si tratta, perché poi in termini di contenuto sono svuotate. «Si rafforzano i poteri del presidente del Consiglio, ma siamo lontani da quelli del premier inglese. Diciamo che è qualcosa che gli somiglia», spiega Andrea Pastore, che oggi è presidente della bicamerale per Semplificazione, ma all’epoca di Lorenzago era – con Domenico Nania, Francesco D’Onofrio e Roberto Calderoli – uno dei quattro saggi del centrodestra che scrissero le riforme. Quanto alla cancellazione del bicameralismo perfetto, poi, il senatore del Pdl chiarisce che «il Senato rimane così come oggi, solo che si stabiliscono alcune procedure diverse rispetto alla Camera. Si punta a rendere il procedimento legislativo più celere e aderente alla realtà, ma del Senato federale non resta traccia». Resta invece la volontà di ridurre il numero dei parlamentari, mentre sparisce il vincolo di mandato, ovvero la norma che avrebbe legato i parlamentari alla maggioranza con cui sono stati eletti impedendo ribaltoni e cambi di casacca. «Per quello – prosegue Pastore – lavoriamo sui regolamenti. C’è una bozza in giunta per scoraggiarli, prevede per esempio che non ci siano finanziamenti per i nuovi gruppi». Invece, di nuovo c’è la sfiducia costruttiva, per cui «per sfiduciare un governo occorre averne già uno pronto che abbia la maggioranza assoluta alla Camera e al Senato». Dunque, il Pdl è soddisfatto di questa bozza? «È preferibile rispetto al nulla», spiega Pastore, che finisce per usare quasi le stesse parole di Ainis: «Ci si accontenta del bene, quando non si può avere il meglio». Il ragionamento è che il Paese ha urgente bisogno di riforme e che su questa bozza si può trovare una sintesi tra le diverse forze politiche. Resta un’unica incognita: la tentazione del Pd di far saltare il governo per andare subito al voto. «Con questa bozza – chiarisce Pastore – non hanno giustificazioni, potrebbero essere tentati di lasciare la legge elettorale così com’è, ma dopo averla demonizzata non vedo come potrebbero affrontare la campagna elettorale. Direi che a questo punto non hanno più alibi».