Tutti tentati da sensazionalismo e finti scoop

Quando il trucco c’è, quando il complotto è reale, abbocchiamo sempre all’amo e corriamo dietro alla spiegazione più semplice e preconfezionata. Sarà per questo che poi al primo fatto di cronaca vogliamo tutti rifarci, far vedere di non essere così fessi, e così ci inventiamo trame e cospirazioni per darci un tono. Ed è così che sulla tragedia di Brindisi si sviluppa la sagra dell’ipotesi, la fiera della teoria da bar, da parte di tutti: inquirenti, giornalisti e spettatori.

Dietrologi al lavoro: avete controllato Freda?
La palma del più visionario spetta sicuramente a quel cronista che, in conferenza stampa, ha chiesto agli investigatori se fosse stato controllato l’alibi di Franco Freda che, assicurava il giornalista, abita proprio a Brindisi. L’editore, in realtà, abita ad Avellino, ma vuoi mettere l’appeal di un tocco sulfureo e “nazifascista” a tutta la vicenda? Il re dei dietrologi, ovviamente, resta Beppe Grillo, che sul suo blog, a poche ore dal fatto, si è affrettato a seminare parole apocalittiche: «Da tempo ci si aspettava una bomba come questa, era nell’aria elettrica come prima di un temporale. Le indagini ci diranno chi sono i colpevoli. La prima pista è quella della criminalità organizzata. Io spero che siano trovati i delinquenti che l’hanno collocata e i mandanti. Soprattutto, i mandanti». Ma se non si sa nulla dell’accaduto e si rinvia giustamente l’appuramento della verità alle indagini, che senso ha subito dopo lanciarsi in un delirio complottista?

Le bufale del web tra foto, video e commenti
Ma ormai il sasso è stato lanciato e il tam tam della “controinformazione” è fuori controllo. Ecco allora che il blogger Ivan Surico contesta persino che siano davvero scoppiate delle bombole del gas, mettendo un video su YouTube in cui spiega che «quello che mostrano le immagini non coincide con quanto tutti i midia ci hanno detto» (sì, è scritto proprio “midia”…). Internet, si sa, è l’humus perfetto per questo tipo di spiegazioni paranoiche basate su informazioni incomplete, mal comprese o totalmente inventate. Vedi il fotogramma del presunto attentatore che ha fatto il giro della rete prima che le vere immagini del colpevole venissero diffuse. Si trattava di una foto tratta dal londinese Evening Standard, riguardante a sua volta un “finto attentato” a Canterbury, inscenato nel novembre scorso.

Ma con stampa e politici non va meglio
Quando dalla giungla del web ci trasferiamo nella politica istituzionale, tuttavia, la cosa dovrebbe preoccupare un po’ di più. Capofila degli allarmisti che “la sanno lunga” è, neanche a dirlo, Antonio Di Pietro, secondo il quale «non si tratta, né si può trattare dell’opera di un pazzo, di un maniaco, dietro c’è una strategia della tensione che ritorna, come è già successo ai tempi delle stragi di Falcone e Borsellino e di tutti gli altri. La delinquenza, approfittando di uno stato debole, ha tentato di impadronirsi delle istituzioni ancora oggi attraverso la violenza, una violenza terroristica, stragista, mafiosa». L’impressione è che l’espressione “strategia della tensione” venga usata come effetto speciale, un fuoco d’artificio dialettico per colorire un discorso vuoto, che in fin dei conti non sa cosa dice. Anche se il top, in questo senso, l’ha raggiunto Enzo Di Frenna, sul Fatto Quotidiano, dicendosi sicuro che «i mandanti siano i membri di quella Cupola Nera – composta da massoneria, politica corrotta, pezzi deviati dei servizi segreti e finanza speculativa – che da decenni tiene in scacco l’Italia». E questa Spectre, questa Cupola – che guarda caso è “nera” – potentissima, ma che non sa neanche trovare un panetto di tritolo, questi burattinai ridotti a fabbricare ordigni fai da te con le bombole del gas, tutti costoro si sarebbero mobilitati per quale motivo? Ovvio: «Oggi il cambiamento in Italia si sta manifestando attraverso i giovani e la Rete. La politica dal basso – che scuote i palazzi del potere – usa Internet. Se tale cambiamento si dovesse propagare sul piano nazionale, l’intreccio politica-mafia sarebbe in pericolo». Insomma, tutti i cattivi del mondo uniti contro i ragazzini che vanno su Facebook.

L’allarme mafia, urlato e subito smentito
Sono state già archiviate, invece, tutte le ricostruzioni che puntavano sulla più classica pista para-mafiosa, con tutto il contorno di sapientoni che credendosi Saviano – a partire da Saviano stesso – ci hanno spiegato vita, abitudini e mentalità di tutti i boss da Gaeta in giù. A tre – dicasi tre – ore dall’esplosione, del resto, erano non meglio precisate fonti investigative rilasciavano alla stampa indiscrezioni su un possibile “messaggio” della Sacra Corona Unita. «Negli ambienti investigativi – si leggeva in un lancio d’agenzia – si fa notare che la Scr è un’organizzazione che ha una grande disponibilità di armi ed esplosivo grazie ai collegamenti con la criminalità organizzata dei Paesi dei Balcani». Armi? Esplosivi? Balcani? Ma cos’è, un libro di Le Carré? No, forse siamo in una serie tv americana. Criminal Minds, per esempio, il telefilm basato su una squadra di profiler dell’Fbi, ovvero quelli che tracciano i profili psicologici dei serial killer. E cosa leggiamo, infatti, su Repubblica? Che al lavoro c’è una squadra addetta al “profiling”, ovvero «un esercizio di induzione, che muove dal dato di fatto, dal dettaglio rivelatore, per approssimare con crescente precisione la dimensione psicologica dell’assassino, il suo “percorso interiore”». Ecco allora che informazione e investigazione si confondono l’un l’altra ed entrambe sottostanno alle leggi della fiction. E a farne le spese è la verità. Come è accaduto – in questo caso, sì, che il paragone ha un senso – con la stagione delle stragi, con gli eccidi di mafia ma anche con le semplici Cogne, le tante via Poma di questi anni. La strage di Brindisi è stata letta alla luce del Padrino di Mario Puzo o del Segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli laddove invece abbiamo dimostrato tutti di essere figli e vittime di Guy Debord e della sua Società dello spettacolo.