Tutti contro il rating (perché non c’è più il Cav)

Parlano come verginelle, come se in passato non avessero detto niente. L’elenco è lungo: Casini, Rosy Bindi, Bersani, Enrico Letta, tanto per citare i nomi più famosi. L’anno scorso, quando c’era da abbattere Berlusconi, le agenzie di rating erano sacrosante, andavano giù pesante e facevano bene, potevano essere usate come una clava contro il “diavolo”. Oggi no, è tutta un’altra storia, al governo c’è Monti e quindi le stesse agenzie di rating – che dicono le medesime cose nei medesimi termini e nel medesimo tono – sono diventate inaffidabili e invasive: «Come si permettono di mettere il naso in casa nostra?». Il declassamento delle banche italiane ha avuto l’effetto di far cambiare opinione a tutti. È solo l’ultima prova del castello di menzogne raccontate per ottenere lo sfratto del Cavaliere, un meccanismo che ebbe inizio con la storiella dello spread per poi continuare con qualsiasi altra scusa, compresi i sorrisetti di Sarkozy e della Merkel (entrambi poi puniti dalle urne). Il downgrading da parte di Moody’s – nella giornata di lunedì a carico di ben 26 banche – è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Gli apologeti del rating di pochi mesi fa, adesso gridano al complotto. Ma tutti si guardano bene dall’ammettere di aver sbagliato e di aver utilizzato furbescamente anche le agenzie di rating per “bombardare” mediaticamente il governo di centrodestra. Perché le scuse al Cav non si devono fare e guai solo a pensarci.

L’allarme dei pentiti
L’Abi (Associazione bancaria italiana), diretta interessata, parla di atto «irresponsabile» e di vera e propria «aggressione all’Italia, alle sue imprese, alle sue famiglie, ai suoi cittadini contro cui saranno valutate fin da domani (oggi ndr) tutte le azioni per tutelare gli interessi dell’economica». Ma sono i commenti dei politici dell’ex opposizione a fare scalpore. Pierferdinando Casini si nomina alfiere dei difensori di “Forte Alamo” e parla di «decisione di una gravità inaudita» e di «disegno criminale della agenzie di rating contro l’Italia e contro l’Europa». Secondo il leader dell’Udc «è una vergogna che in presenza di nessun elemento nuovo si sia deciso il declassamento delle banche». Da qui la certezza che le agenzie di rating abbiano «perso totalmente credibilità e sia necessario sostenere il governo». Un tempo, invece, quando S&P declassò il debito pubblico italiano, affermò di augurarsi che «nella caccia disperata ai colpevoli si augurava non fossero identificate le agenzie di rating». Il perché, a suo avviso, era evidente: «Il grande problema di credibilità internazionale del nostro governo». Come dire che i santi sono diventati diavoli, e viceversa. Rosy Bindi non era da meno – era il 18 giugno del 2011 – e «parlava di avvertimento sacrosanto al governo Berlusconi». Bersani, poi, era anche più esplicito: «Berlusconi vada via, maggioranza batta un colpo, non c’è più tempo». Perché – sottolinea Enrico Letta – il downgrading, annunciato da S&P (settembre 2011) «è una sferzata che dimostra come l’attuale politica, del galleggiamento e della disperata sopravvivenza, peggiora la situazione del Paese.

Rigore e povertà

Quello che allora era pesantissimo, dunque, oggi risulterebbe più leggero di un fuscello. I pentiti del rating non fanno mea culpa, non chiedono scusa a Berlusconi e all’Italia, non riconoscono l’errore, cambiano semplicemente cavallo dando a intendere che l’Italia di Monti è un’altra cosa rispetto a quella di Berlusconi e merita quindi una valutazione diversa. In realtà, però, il nostro Paese conserva tutti i problemi di un tempo, con l’aggiunta di essere un tantino più impoverita dalla politica del rigore voluta dalla cancelliera Merkel e attuata da Monti. Meno pensioni, stipendi falcidiati dalle tasse, più disoccupazione, più debito pubblico, più inflazione, sviluppo al palo e liberalizzazioni ancora in attesa. La Corte dei conti, nel lanciare l’allarme produttività, mette in evidenza che ogni cittadino spende 2.849 euro l’anno per finanziare il costo dei dipendenti pubblici:, contro i 2.830 della     Germania, 2.708 della Spagna, 2.436 della Grecia. C’è un problema di spesa, di ben 3,2 punti di Pil speriore alla Germania , ma c’è anche un problema di qualità ed efficienza, come sottolineato dalla stessa magistratura contabile che, dopo l’aumento di produttività di oltre il 2 per cento nel 2010, individua nel 2012 una nova inversione di tendenza, con una discesa «in linea  con le stime sull’andamento del Pil».

Italia in recessione

È proprio il Prodotto interno lordo è un’altra delle voci che dovrebbero far riflettere i sostenitori di Monti. Nel primo trimestre del 2012, infatti,il Pil italiano è diminuito dello 0,8 per cento rispetto al trimesre precedente e dell’1,3 per cento nei confronti del primo trimestre del 2011. Si tratta – informa l’Istat – del peggior dato dal 2009. L’Italia è ancora in recessione e, per ora, non accenna ad uscirne, a dimostrazione che la situazione si sta progressivamente deteriorando. Il dato del primo trimestre dell’anno «è la sintesi – spiega l’Istat – di un aumento del valore aggiunto in agricoltura e di una diminuzione nell’industria e nei servizi». Il tuto nonostante il primo trimestre del 2012 abbia avuto due giornate lavorative  in più sia rispetto  al trimestre precedente sia al primo trimestre del 2011. Si dirà che in tempi di magra ci si deve accontentare. In realtà non è proprio così. La Germania, ad esempio, nei primi tre mesi di quest’anno è cresciuta dello 0,5 per cento: più di quanto annunciato nelle previsioni delle scorse settimane, a conferma che il rigore "made in Berlino" in casa paga, all’estero, invece, contribuisce a far tirare la cinghia.