Piazza orfana del Cav, vincono noia e insulti

«Non sono nata ricca ma i miei genitori hanno lavorato tutta la vita e per questo mi sento ricca». Tra le banalità ascoltate martedì al concertone del Primo maggio, questa di Nina Zilli non era nemmeno la peggiore, figuriamoci le altre. Su articolo 18, precariato e perfino sulle morti bianche se ne sono sentite di tutti i colori, nel giorno musicalmente più noioso degli ultimi anni e politicamente meno interessante da qualche decennio a questa parte. Quei 500mila giovani arrivati a piazza San Giovanni erano lontani anni luci dalle chiacchiere dei sindacalisti pronti a fare passerella nel backstage dell’evento e timorosi di presentarsi fisicamente sul palco per evitare di beccarsi qualche vagonata di fischi. Quei ragazzi erano lì per divertirsi, certo, ma anche per testimoniare un impegno civile sul lavoro in un modo meno artefatto di quello esibito nella sfilata di carneadi dallo slogan buttato lì e da qualche big in vena di provocazioni, come Caparezza e il dito medio ostentato a grandezza umana sul palco. Divertente, ma a parte alcune indicazioni su dove sistemarlo, soluzioni alternative all’abbaio alla luna non ne sono arrivate.
Non sono mancate alcune perle assolute di talento e sincerità, come la canzone di Marina Rei sulle carceri, la dedica di “Don Raffaè” degli A67 a De André, il minuto di silenzio (mai tanto opportuno) sulle morti bianche, l’anatema di Caparezza contro Equitalia, stavolta esplicito, il ricordo dei ragazzi morti per montare un palco di quegli stessi artisti “impegnati”. In realtà, un bersaglio fisso s’è trovato, quella Elsa Fornero che ai giovani disoccupati accorsi in piazza aveva provato a spalancare le porte del mercato del lavoro (prima che il Pd si mettesse di mezzo) più che offrirgli slogan consolatori. Al ministro del Welfare è andato il grosso delle ironie dei conduttori e degli artisti, impegnati più a strappare applausi sotto al palco e complimenti dai parenti a casa, che a provare a dire qualcosa di meno banale del vecchio adagio “lavorare tutti”. L’episodio clou è arrivato quando a tarda sera gli After Hours, gruppo emergente famoso più per un disco anti-leghista intitolato “Padania” che per le memorabili doti musicali, ha annunciato il forfeit per protesta contro gli organizzatori che avevano fatto slittare la loro comparsata. Roba che neanche Crosby, Stills, Nash e Young a Woodstock…
Risparmiata in extremis dalla satira Renata Polverini, per una curiosa forma di autocensura, non sono mancate le nostalgiche frecciate a Silvio, l’intramontabile “Bella ciao”, le ironie contro la Chiesa: la novità, stavolta, è stata la scoperta del patriottismo “di destra”, la bandiera e l’Inno di Mameli, cantato prima, durante e a fine concerto. Un formidabile collante, l’unico, per il disorientato popolo del Primo maggio, costretto a sorridere per le spiritosaggini dei conduttori Francesco Pannofino e Virginia Raffaeli, impegnati (si spera loro malgrado) a fare satira sulla Fornero utilizzando il polveroso escamotage delle favole: una regina di nome Elsa che sogna un mondo dove i sette nani sono degli esodati,  Hansel e Gretel devono pagare l’Imu sulla casetta di Marzapane , il lupo cattivo che invita la bimba a una gara di burlesque dove partecipano anche Barbie e Heidi. Da scompisciarsi.
Da casa è stato un successo di ascolti, sull’indice di gradimento sappiamo poco. Possiamo farcene un’idea sul web, però. Su Twitter la bocciatura è stata quasi assoluta: “Solite parole, dette pure male”, “Ma al concerto del primo maggio non può esserci solo la musica?”,  “Mi sembra quasi più interessante la pubblicità”, “La retorica fa sempre male a chi la fa”, “Questa roba che è appena andata in onda stava per farmi diventare di destra per la vergogna”. “Mammamia, la sagra delle banalità. Più che il primo maggio, sembra San Valentino”.