Pdl, Berlusconi blinda Alfano dal fuoco amico

Qualcuno s’è spinto fino a far filtrare su un noto sito di gossip la notizia di una richiesta di dimissioni del segretario Angelino Alfano. Al punto da costringere il duo Lupi-Romani a una smentita ufficiale: «Notizia totalmente infondata, tanto infondata da essere superfluo rinnovare la nostra fiducia nel nostro segretario». È la conferma di come all’indomani della sconfitta elettorale, dentro e fuori il Pdl, sia ufficialmente iniziata la caccia ai fantasmi, tra ipotesi di frondisti, che ora vanno addirittura oltre il consueto e obsoleto schema degli ex An (ieri si parlava di misteriosi pranzi di dissidenti Urbani, Martino e e Brancher) a quelle di chi sgomita alla ricerca di visibilità nel partito (più realistiche) per approfittare del momento difficile che si trova a fronteggiare il segretario Alfano. Non a caso ieri in tanti, dalla Boniver a La Loggia, fino a Formigoni e a La Russa, hanno preso la parola con toni categorici in difesa di Angelino, evidentemente alle prese con qualche fuoco amico “azzurrino”.

Il vertice con Berlusconi
L’altra sera, a Palazzo Grazioli, l’ex premier s’è presentato al vertice con lo stato maggiore del partito col sorriso furbetto di chi moriva dalla voglia di dire: ve l’avevo detto io… In effetti Berlusconi, per nulla sorpreso dall’esito non brillante delle consultazioni, in tempi non sospetti aveva suggerito di dare spazio maggiore, se non esclusivo, al sostegno delle liste civiche, sacrificando per una volta il simbolo del partito. Ma la necessità di dare continutà alla stagione congressuale e del tesseramento aveva poi indotto Alfano e i coordinatori a fare di necessità virtù e a presentare ovunque, o quasi, le liste con il simbolo del Pdl. Un simbolo che non è affatto diventato sinonimo di sconfitta, ma che per un turno amministrativo in cui era necessario mobilitare gli elettori con um sistema di marketing politico sul modello “porta a porta” (tante liste, record di candidature e di di mobilitazione, anche su base familiare) era decisamente più adatto a un marchio politico di respiro territoriale che non a un marchio nazionale che oggi risente, inevitabilmente, anche del sostegno al governo impopolare di Monti. Ma la strada era stretta da percorrere, per evitare di disperdere il patrimonio del recultamento avvenuto nei mesi scorsi. Per questo Alfano non è messo in discussione da Berlusconi, nè tantomeno dai vertici del partito, che hanno condiviso col segretario le scelte di fondo e che anche l’altra sera hanno ribadito la difficoltà per il giovane siciliano di condurre la baracca in questa fase di tempesta politica, o di  bonaccia, a seconda di come si legge il vento e la politica. Anche le voci critiche che si levano in questi giorni contro la segreteria, che cozzano con la necessità di stare uniti nel momento meno felice, suonano a tutti, Berlusconi compreso, come azioni di disturbo o autocandidature, che nessun seguito avranno negli asset del partito. Come non avranno seguito le ipotesi, fantasiose, e smentite l’altra sera dallo stesso Berlusconi, di uno scioglimento del Pdl, tantomeno per confluire in un rassemblament con i moderati di Casini. Con i quali, adesso, dopo la batosta del Terzo polo, si può iniziare finalmente a parlare senza dover fare i conti con la spocchia di Casini. Anche perché i risultati elettorali del Pdl non sono poi così catastrofici, come ha spiegato ieri, sul Sole 24ore, un autorevole politologo, Roberto D’Alimonte.

Un risultato negativo. Anzi, no
Sulla stessa linea dell’analisi fatta dai vertici del Pdl, ieri anche il professor D’Alimonte, sul quotidiano di Confindustria, ha parlato di un Pdl potenzialmente molto al di sopra delle fredde cifre uscite dalle urne. “Dai dati emerge chiaramente che mentre il blocco di centro-sinistra (Pd, Idv, Sel + liste civiche) arretra relativamente poco rispetto alla sua consistenza nel 2008 (dal 43,1% al 37,7%) il blocco di centro-destra (Pdl, Nuovo-Psi, La Destra + liste civiche) passa dal 39,9% del 2008 al 25,7% di oggi. Quanto alla Lega che abbiamo separato dal blocco targato Pdl resta sulle stesse posizioni includendo Verona, grazie allo straordinario successo della lista di Tosi, ma in realtà perde significativamente senza Verona passando dal 4,7% al 2,3%”. Pesante il giudizio sulle vellietà di Casini: “Per il blocco di centro il discorso è più complicato. In realtà questo blocco non esiste. Non esiste nemmeno il terzo polo”. Dal Pdl non si può fare altro che prendere atto: «L’analisi del professor D’Alimonte conferma che chi già festeggiava la morte prematura del Pdl dovrà attendere. È vero, in termini di città conquistate la sconfitta non è in discussione, e comunque ci sono ancora i ballottaggi, ma il partito ha ancora attorno a se, nei 26 capoluoghi in cui si è votato, una percentuale di consensi superiore al 25%. Che significa arrivare quasi al 28 se si allarga la platea al resto dell’Italia», spiegava ieri Maurizio Lupi.

Cambiare linea su Monti

Aver sostenuto la nascita e appoggiare le decisioni del governo Monti «lo riteniamo giusto ma ci è costato tantissimo, prima con l’alleanza con la Lega e poi con il risultato elettorale», ha ribadito ieri il coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa. «Abbiamo votato provvedimenti che non ci piacevano – prosegue La Russa – e continueremo, però Monti deve prendere in considerazione la compensazione tra debiti e crediti, piuttosto che la sicurezza e l’Imu». «Se si farà questo noi garantiremo il sostegno a Monti fino al 2013, ma da quella data i cittadini dovranno poter tornare alla politica».