Nel G7 siamo ultimi (e Monti non lo dice)

Dalla lotta per lo scudetto alla retrocessione in serie B. Sono bastati alcuni mesi, tre per la precisione, a sconvolgere la classifica e far piombare l’Italia di Monti tra le “pericolanti”. Il Pil va male, anzi malissimo. Gennaio, febbraio e marzo hanno dato il loro verdetto, è il peggiore tra i Paesi del G7 e al di sotto della media europea. Partita dopo partita, stangata dopo stangata, la nostra è stata una performance negativa pari a 0,8 punti percentuali, troppo, è un dato allarmante. Anche perché l’Ocse rileva che su base annua (rispetto al primo trimestre del 2011) la contrazione è stata dell’1,3 per cento. E anche in questo caso il risultato è il peggiore nell’ambito dei Sette Grandi. La crisi c’è per tutti, ma in Italia – cifre alla mano – sembra assumere una virulenza più che doppia rispetto agli altri Paesi, con il governo tecnico che questa volta si chiude nel silenzio per non ammettere l’ennesima sconfitta.

Gli errori di Super Mario
A Palazzo Chigi avranno fatto i compiti a casa, ma il risultato è che l’Italia perde terreno rispetto agli altri Paesi. Tre manovre dopo Berlusconi e con una pressione fiscale che crescerà di due punti stiamo peggio di prima e la recessione morde ancora di più. Cosa ha sbagliato Monti? Molto, aumentando le tasse e non tagliando la spesa improduttiva ha creato le premesse per un ulteriore rallentamento dell’economia. E non è detto che, in assenza di una qualche ripresa, a fine 2013 riuscirà a centrare i pareggio di bilancio. Forse, anche se Monti non lo ammette, servirà un’ulteriore manovra che potrebbe impoverire ulteriormente il Paese innescando una nuova caduta dei consumi.

I prezzi battono i salari

Se il governo non cambia strategia c’è il rischio che la recessione si autoalimenti. «I dati sulle retribuzioni – affermano a una voce Federconsumatori e Adusbef – confermano una situazione gravissima. Mentre le retribuzioni contrattuali ad aprile registrano un +1,4 per cento su base annua l’inflazione corre a una velocità più che doppia, con una crescita di 3,3 punti percentuali. Un divario dell’1.9 per cento che vale 577 euro l’anno». Come dire, un divario che può costituire «un vero e proprio colpo di grazia per i redditi dei lavoratori». Le tasse da una parte, l’inflazione dall’altra. Una tenaglia che riduce la capacità di spesa delle famiglie dopo che, dal 2008, il potere d’acquisto si è già ridotto del 9,8 per cento. Complessivamente 3.677 euro in meno l’anno per ogni famiglia.