Malati psichici: una legge per le famiglie

«È guerra delle parole. A leggere i giornali sembra che veramente si riaprono gli ospedali psichiatrici. Ma i manicomi sono solo nella loro testa e per questo andrebbero curati». All’indomani dell’approvazione in commissione Affari sociali della Camera del testo base di riforma della legge Basaglia, per Carlo Ciccioli, deputato del Pdl, relatore e vicepresidente della commissione, nonché medico psichiatra, «quello che doveva essere un giorno di festa è un giorno amaro. Non capisco come si possano dire tante cose false in un colpo solo». Il provvedimento è stato approvato con quattordici voti favorevoli (Pdl-Lega) e dodici contrari. La proposta di legge porta la denominazione di “Nuove norme in materia di assistenza psichiatrica” e, come spiega il relatore, «è un testo base che potrà essere emendato, per poi essere presentato come testo ufficiale all’aula».

Che cosa è successo?

È in atto un vero e proprio tentativo di disinformazione e stravolgimento della proposta da parte del pensiero unico della vetero-sinistra, nostalgica, per non confrontarsi con la realtà e rimanere alla preistoria. La chiusura dei manicomi è stata definitiva, non solo perché la legge Basaglia li ha giustamente superati, ma perché non sono più nell’ordine delle cose; la contenzione chimica con gli psicofarmaci oggi è molto più efficace della contenzione fisica e quindi tornare ai manicomi sarebbe impossibile dal punto di vista dei costi e controproducente dal punto di vista dell’obiettivo, se questo è il controllo della patologia. È perciò assolutamente assurdo ipotizzare una cosa del genere.

Che cosa prevede la norma?

Si va nella direzione del sostegno alle famiglie dei pazienti, oggi abbandonate a se stesse, e di una buona e corretta assistenza ai malati che non hanno consapevolezza di malattia e per questo molto spesso evitano di curarsi o di seguire i trattamenti terapeutici prescritti.

Qual è il modello previsto?

Il testo è indirizzato a un modello organizzativo di presa in carico efficace del paziente: prevede infatti l’obbligatorietà da parte dei sanitari di recarsi dai pazienti e la creazione di strutture alternative all’ospedale per la riabilitazione di breve-medio periodo (fino ad un massimo di 12 mesi) nelle quali il paziente è tenuto a seguire un percorso terapeutico.

Qual è stata la risposta delle famiglie?

La legge è molto attesa dalle associazioni dei familiari che da anni protestano per l’assenza di assistenza e strutture socio-sanitarie adeguate e la prevalenza di un atteggiamento ideologico rispetto alle esigenze reali. Migliaia di aderenti alle associazioni delle famiglie delle persone con disturbi psichici gravi, statisticamente il 2-3 per mille della popolazione, chiedono infatti disperatamente una presa in carico efficace dei pazienti, la possibilità di curare ed assistere i loro cari e non essere lasciati soli con la loro disperazione. Tanti di questi genitori e parenti mi hanno confidato che avrebbero preferito in famiglia una grave malattia invalidante piuttosto che un disturbo di questo genere. E allora, invece di contrastare tale provvedimento, sarebbe più opportuno concordare insieme norme lungimiranti.

Il Pd parla di un passo indietro di quarant’anni…

In realtà in Italia esiste la guerra delle parole che è stata egemonizzata dal pensiero unico della sinistra. Prendiamo due Paesi modello per l’Occidente: la ricca Svizzera e la dinamica Inghilterra. In questi due Paesi la malattia mentale viene curata ed è considerata come tutte le altre. In Italia no. L’ideologia prevalente impone ancora la malattia mentale come una sociopatia e non come una malattia assimilabile a tutte le altre patologie organiche o funzionali. Ma il risultato disastroso di questa visione è sotto agli occhi di tutti.

Cioè?

Basta guardarsi intorno per rendersene conto: ci sono pazienti che si uccidono,  pazienti che uccidono i familiari, pazienti che finiscono clochard nelle strade. Soprattutto c’è la sofferenza delle famiglie che da sole devono gestire i malati in casa. E quella dei pazienti che si aggravano e diventano tutti cronici.

Quelli che la sinistra definisce “manicomi” allora che strutture sarebbero?

Comunità terapeutiche sia urbane che extraurbane con un numero di pazienti limitato. Posso pensare a moduli di venti persone, con massimo due moduli che sono gestiti da educatori, psicologi, psichiatri che blocchano la cronicità e avviano un percorso di riabilitazione e reinserimento. Esattamente l’opposto dei manicomi.

Lei è un medico, ha lavorato quindici anni in ospedali pubblici e nei dipartimenti di salute mentale, i suoi colleghi come hanno accolto la modifica?

Molti con grande entusiasmo, altri invece non bene. Non solo per pregiudizio ideologico, ma perché a questo punto gli tocca lavorare. Nella legge è inserito un articolo che obbliga il medico ad andare in tempi brevi nell’abitazione del paziente che rifiuta di farsi curare su richiesta dei familiari. A molti medici questo non piace. Preferiscono dire che, se il paziente non vuole, non si può fare nulla, e si tolgono la “grana” di torno.