L’era Monti? Quella della post-democrazia

Quando il prestigioso Time (edizione europea, roba che va solo negli aeroporti, ma questo lì per lì non ce lo dissero…) dedicò la copertina al presidente del Consiglio italiano, prof. Mario Monti, qualcuno un brivido di orgoglio deve pur averlo provato: torna l’Italia rispettata nel mondo, non siamo più lo zimbello della comunità internazionale. Era un colossale bluff e ce ne saremmo accorti presto. Gli storici che studieranno questo periodo, probabilmente, parleranno anzi di un’Italia neogiolittiana, tanto autoritaria nei suoi assetti sociali interni quanto timida e servile sulla scena internazionale. Ma non c’è bisogno di pensare ai libri di storia del futuro, poiché qualcuno ce lo sta già dicendo, paventando come esito ultimo del montismo un «ritorno a una sorta di Italia dei Notabili – un tempo la si definiva, però, “italietta” – un Paese dove, dietro l’apparenza della democrazia liberale, il potere restava in realtà ben saldamente in mano di una ristretta cerchia, familistica ed ereditaria, più che un’aristocrazia, un’oligarchia autoreferenziale ammantata dal “mito” guicciardiniano del governo di quelli educati, da sempre, a governare». La puntuale descrizione è tratto da alcune delle pagine più sferzanti de Il Grigiocrate (Fuori Onda, pp. 192, € 16,00 ), pungente saggio sulla figura del prof bocconiano scritto a sei mani da Augusto Grandi del Sole 24 Ore, Daniele Lazzeri ed Andrea Marcigliano del think tank “Il Nodo di Gordio”, con prefazione di Piero Sansonetti.
Via di mezzo fra biografia non autorizzata, caustico pamphlet e trattato politico-economico, Il Grigiocrate ricostruisce gli eventi che hanno portato questo funzionario dal piglio anglosassone ad assumere la guida dell’Italia in crisi con tanto di crisma da Uomo della Provvidenza. Talento, studio, competenza? Si tratta solo di questo? Il saggio rifiuta l’invettiva fine a se stessa e spiega come bravo, Monti, lo sia per davvero. Che però abbia fatto successo in virtù di suddetta bravura è tutta da dimostrare. Capita, anzi, che l’antitaliano, che l’algido uomo in loden si faccia spesso largo secondo il più vieto dei mezzucci italioti: grazie agli amici degli amici.
Tra le doti di Supermario, in effetti, una sembra innegabile: è sempre al posto giusto al momento giusto, conosce sempre le persone che contano, si fa apprezzare senza farsi notare. Sarà una delle radici del suo successo. Leggiamo: «Cruciali per la sua inarrestabile ascesa sono stati i rapporti coltivati nei periodi trascorsi a Bologna e Torino con Franzo Grande Stevens, Romano Prodi e Beniamino Andreatta. Anche la sua nomina a Rettore e, successivamente, alla Presidenza dell’università Bocconi di Milano, si mormorava, non era affatto estranea a questi consolidati legami, tanto da far pensare a un’astuta mossa proprio di Andreatta e Grande Stevens per garantirsi una sponda “amica” in Bocconi, fino a quel momento guidata, per quasi vent’anni, da Giovanni Spadolini». E poi, ovviamente, Goldman Sachs, la Trilateral, il gruppo Bilderberg. Sigle che tuttavia il libro ha il pregio di citare con giudizio e senza ossessioni cospirazioniste.
La capacità di saper far leva sulle amicizie che contano, comunque, spiega molto del personaggio Monti. E ne svela uno dei lati cruciali: la natura intrinsecamente reazionaria, il lato autoritario. Non l’autoritarismo alla sudamericana, per carità. Solo una strisciante e perseverante allergia ai meccanismi di designazione che non calino dall’alto. «Un uomo, Mario Monti, abituato a essere nominato e non eletto. A dispetto della formazione liberale e democratica, dimostra una certa allergia ai sistemi elettivi e ai meccanismi di delega rappresentativa, espressione della volontà popolare». E ancora, più avanti: «Mario Monti è sempre stato aduso a investiture provenienti dall’alto. Anzi, la sua irresistibile ascesa politica è stata tutta contrassegnata da nomine via via più prestigiose, tutte sempre accolte con fare umile e accettate, appunto, con riluttanza». È un convinto progressista come il direttore de Gli Altri, Piero Sansonetti, a far notare il ruolo cruciale del governo Monti nel consolidamento di uno scenario (definitivamente?) post-democratico: «L’insediamento del governo Monti, nel novembre del 2011 – scrive nella prefazione al volume il giornalista – segna una svolta nella politica dell’occidente: è il primo governo dichiaratamente e interamente extraparlamentare, è il primo governo che contrasta in modo aperto con l’esito di una tornata elettorale maggioritaria, è il primo governo che presenta alle Camere un programma scritto all’estero, firmato da un dirigente europeo non prestigiosissimo (l’olandese Olli Rehn) e non fa mistero di tutto ciò rivendicando come un merito la perdita dell’indipendenza e della sovranità nazionale». Ovviamente una simile deriva non sarebbe stata possibile senza una generale acquiescenza di gran parte della stampa nazionale, da anni mai così unanimemente schierata a fianco del potere con picchi che sfiorano il culto della personalità. Sull’argomento il saggio di Grandi, Lazzeri e Marcigliano e persino troppo tenero e sorvola sui ritratti del Professore dal taglio nordcoreano propinati al pubblico nei giorni del suo insediamento.
Il Grigiocrate ci fa tuttavia riflettere su alcune ipocrisie di fondo, prendendosela con «quei media che esaltavano la primavera araba, iniziata con l’intollerabile suicidio di un ambulante tunisino. E che ora invitano tutti ad abbassare i toni e a fare il consueto passo indietro di fronte ai quasi quotidiani suicidi o tentati suicidi, in ogni parte d’Italia, di imprenditori, di lavoratori che rischiano il posto, di disoccupati che non lo trovano, di pensionati alla fame. Un giovane atleta muore sul campo di calcio? “L’Italia è sotto choc”, ci assicurano i giornali. E ci spiegano che è giusto fermare il campionato. Nei primi mesi del 2012 la media di suicidi per ragioni economiche è di uno ogni due giorni? Pazienza, poche righe in cronaca e nessuna richiesta di fermare Monti e Fornero per una settimana, di sospendere l’attività di Equitalia a tempo indeterminato. Nulla di nulla. Non disturbiamo il Manovratore». Succede anche questo, nell’anno uno della post-democrazia. Succede anche questo, nel regime del grigio.