La “febbre” di un’epoca che seppellì gli anni ’70

Se n’è andato domenica scorsa Robin Gibb, lasciandosi dietro un’aura leggendaria. Fondatore della popolare band britannica dei Bee Gees, insieme ai due fratelli Barry e al gemello Maurice, con la colonna sonora della Febbre del sabato sera con John Travolta non solo ha firmato uno dei più clamorosi successi discografici di sempre, ma ha lasciato un documento fondamentale degli anni ’70 sia sotto il profilo musicale che di costume. Non avevamo ancora finito di rimpiangere Donna Summer, che nel giro di pochi giorni un’altra stella assoluta della musica pop ci ha abbandonato con pezzi indienticabili, quali la dolcissimaHow Deep Is Your Love e Stayin Alive. I Bee Gees hanno raggiunto il record di oltre 200 milioni di dischi venduti fin dalla loro fondazione negli anni ‘60.
Robin aveva 62 anni e da tempo stava combattendo contro il cancro. Tornato in pubblico nel febbraio scorso,  aveva detto di essere in «miglioramento», lasciando intendere che le terapie stavano avendo successo. Ma da allora il suo stato di salute è andato via via peggiorando fino a poche settimane fa quando è entrato in coma per una polmonite da cui, nei giorni scorsi, sembrava essersi ripreso. Ha lasciato in eredità uno stile inconfondibile con il falsetto armonizzato e quel sound che era dance, ma non era disco e produceva melodie pop dal fascino implacabile. Non è un caso che i Bee Gees siano da tempo entrati nella “Rock’n’Roll Hall of Fame” e a tenere il discorso di introduzione è stato Brian Wilson, il genio tormentato dei Beach Boys e di Pet Sound.

Un manifesto vitalista di 35 anni fa

Uno stile che è entrato di prepotenza nell’immaginario collettivo quasi trentacinque anni fa. Era infatti il dicembre ’77 quando negli States uscì Saturday night fever (La febbre del sabato sera), film accolto dalla critica come una pellicola di serie B e invece destinato a diventare il manifesto vitalista di una generazione sempre più insofferente nei confronti del materialismo di sinistra e ormai determinata ad uscire dal decennio dell’ubriacatura ideologica.

Reazione al conformismo di sinistra
Venuta meno la velleitaria voglia di cambiare il mondo, la “febbre” che contagiò i giovani dell’epoca fu la prima reazione alla cappa del conformismo di sinistra degli anni dell’impegno. Si riscoprivano il valore dell’individualismo e la voglia di divertirsi, anche ballando, soprattutto ballando. Il “travoltismo” come fu definito ha rappresentato la prima vera moda che mise in crisi gli stilemi dell’unanimismo imposto dalla cultura di sinistra. Il film rappresentò l’inizio della fine degli anni Settanta. Proprio la colonna sonora del film – le melodie di Robin Gibb e dei suoi fratelli che segneranno l’avvento della disco music –  diventò in breve la colonna sonora di tutta una generazione. Canzoni come Night fever, giudicate con distacco e sufficienza dagli esegeti del rock, daranno vita e linfa al popolo delle discoteche.

Il “travoltismo”
Si trattò di una grande rivoluzione musicale: un gruppo, i Bee Gees, che già aveva mietuto grandissimi successi (My word, ‘Massachussets, Run to me) in un dignitoso genere commerciale, si lanciava nel ballabile allo stato puro. Quelle canzoni conquistarono la hit parade di tutto il mondo, Night fever è ancora oggi uno dei pezzi più belli che le discoteche abbiano mai proposto. I Bee Gees e Robin in testa si conquistarono con quel film una sorta di “immortalità” musicale. Sui loro brani si fondarono le movenze un vero e proprio fenomeno di massa: il “travoltismo” ma anche i “travoltini”, neologismi che indicavano tra i giovani la diffusione del modello Tony Manero – il protagonista interpretato da John Travolta –  per di più italoamericano: scarpe con i tacchi, pantaloni a zampa di elefante, camicia con colletto a punta, rigorosamente sbottonata. Fu Maria Luisa Agnese, in un articolo pubblicato su Panorama del 6 marzo ’79, Freud, Evola e Travolta, tra i primi giornalisti a sottolineare la valenza politica di destra del “fenomeno”.

L’Italia voleva tornare a divertirsi
L’Italia, come scrisse Giampiero Mughini «voleva tornare a ridere, a far tardi la sera, a godersi l’insostenibile leggerezza dell’essere. Tutti volevano dimenticare i giorni lividi dell’orrore; tutti volevano prendere quel che c’era e prenderlo subito e ne volevano tanto. Tutti volevano indossare delle belle giacche, fare lunghe vacanze, incontrare ragazze che non avessero più l’aria minacciosa dei ’70, ascoltare della musica la più assordante possibile». A sinistra il terrorismo sparava gli ultimi colpi, a destra si avvertiva l’esigenza di voltare pagina in maniera definitiva: la nuova destra faceva la sua irruzione sulla scena degli Ottanta, guardando alla letteratura, al cinema e alla musica.

Una spallata agli anni Settanta
C’è un libro che ha colto efficacemente lo spirito degli anni Ottanta ed è Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, cult book di Robert M. Pirsig uscito nel ’74 negli Stati Uniti e successivamente in Italia (Adelphi, ‘81). E’ il viaggio in motocicletta dal Minnesota verso Occidente di un padre con il figlio undicenne: la via della motocicletta rappresenta la via d’uscita ad un modernismo senz’anima. «Abbiamo più voglia di viaggiare che non di arrivare in un posto prestabilito. Ci preoccupiamo più di come passiamo il tempo che non di quanto ne impieghiamo per arrivare».

Nuova visione del mondo
Ecco, si può dire che ad aprire la “breccia” verso questa nuova visione del mondo che voleva lasciarsi alle spalle le cupezze del piombo abbiano contribuito non poco l’immaginario filmico e quello musicale che con felice alchimia si sono incontrati nei fotogrammi della “Febbre del sabato sera”. Nonostante il successo planetario, non si può dire che alla famiglia Gibb sia toccato un destino pienamente felice: Andy, il più giovane che aveva intrapreso una carriera solista in mezzo a tanti problemi personali, è morto nel 1988 a 30 anni. Maurice è morto nel 2003 a 53 anni, un evento che ha indotto i fratelli a sciogliere la band. E anche Robin, che aveva 62 anni, ha avuto in sorte una fine prematura, dovuta al tumore al colon complicato da una polmonite, che lo scorso 10 aprile gli ha impedito di partecipare alla prima di The Titanic Requiem, una partitura sinfonica scritta insieme al figlio Robin-John e registrata dalla Royal Philarmonic Orchestra in occasione del centenario dell’affondamento del piroscafo. Robin era la voce solista dei Bee Gees, un ruolo che però era coperto anche da Barry, lo specialista del falsetto e questo, negli anni, lo ha portato verso una carriera solista che è stata anche piuttosto intensa e con qualche successo. Ma niente di paragonabile a quanto fatto con i Bee Gees.
Robin Gibb se ne va lasciando l’eredità di un sound inconfondibile, di un modello di stile e un doppio album che da tempo fa parte della storia del costume.