La favola del canadese volante finì 30 anni fa

Fu un colpo al cuore la morte di Gilles Villeneuve l’8 maggio del 1982 in Belgio, sul circuito di Zolder. Fu un giorno maledetto per l’automobilismo. Erano le 13,52 quando il pilota della Ferrari fu protagonista di una carambola spaventosa. L’impatto fra la Rossa del canadese e la più  lenta March con il numero 17 di Jochen Mass, fu tremendo: il ferrarista spiccò il volo a 225 km all’ora andandosi a schiantare violentemente in un terrapieno. Fu un pugno nello stomaco per gli appassionati di Formula 1 e non solo, per tutti gli innamorati del “canadese volante”. Gilles era già entrato nella leggenda prima di quel maledetto 8 maggio. Uno dei piloti più amati dallo stesso Enzo Ferrari che ne apprezzava il carattere indomito e le fenomenali doti al volante. La sua guida, le sue  vittorie sono tra quelle con il più alto tasso di astuzia tattica e sensibilità di guida nella storia di questo sport. Meravigliosa fu la vittoria al Gran Premio di Monaco del 1981 per quello che fu il primo trionfo della storia di una vettura con motore turbo sul circuito del principato. A questa fece seguire un classico della guida difensiva, al Gran Premio di Spagna, allorché Gilles Villeneuve si tenne alle spalle 4 vetture dalla evidente miglior tenuta di strada grazie a  una grinta indefessa supportata dalla maggior velocità in rettilineo della sua monoposto. Incredibile anche il terzo posto raggiunto in Canada sotto un vero e proprio diluvio guidando per diversi giri con la visuale completamente accecata dall’alettone anteriore danneggiatosi (e poi staccatosi definitivamente) in seguito ad un urto con la vettura di Derek Daly.
Per il suo talento, velocità e coraggio è ancora vivo nella mente anche dei più giovani, che hanno potuto visionare le imprese del canadese solo attraverso le corse registrare o leggerne le imprese attraverso libri e cronache dell’epoca. Anche se Gilles non ha vinto nessun titolo mondiale e ha vinto solo sei gare, è ricordato come uno dei grandi piloti della Formula 1 anche per quella sua guida temeraria che gli ha permesso di far nascere il mito del 27 rosso. Come a Zandvoort, nel 1979, quando il canadese ha percorso quasi un giro intero con una gomma posteriore afflosciata, riuscendo però ad arrivare ai box con la ruota che faceva scintille in pista.
Da oggi fino al 10 giugno Modena ricorderà Gilles Villeneuve, con una bella mostra che si tiene al Foro Boario. L’esposizione è  stata inaugurata tra gli altri da Jonathan Giacobazzi, rappresentante della famiglia che per anni é stata sponsor del canadese e vero appassionato di Gilles e delle sue gesta. La famiglia Giacobazzi ha collezionato in questi anni la maggior parte dei cimeli di Villeneuve. Ci sono le sue tute, i caschi, i musetti, gli alettoni e le ruote di alcune delle auto usate nelle sue memorabili corse. Non mancano, ovviamente, i bolidi su cui il canadese divenne protagonista: c’è la Ferrari 312T4 del 1979, che abitualmente si trova al museo Ferrari di Maranello, la monoposto con la quale il pilota vinse storici duelli, come quello di Digione con René Arnoux, e con la quale arrivò a fine corsa su tre sole ruote. Sono in mostra anche la Ferrari 126CK e la Ferrari 308, la macchina che Villeneuve usava nel tempo libero. Fra le curiosità in esposizione, la multa per eccesso di velocità, di 12mila lire, che il pilota prese e pagò qualche giorno prima di morire. Villeneuve era prima di tutto un uomo onesto, sincero, genuino, cristallino, che amava solo correre, che odiava tutto quello che gravita intorno alla F1. Sportivamente era un fenomeno, uno dei piloti più veloci della storia. Un fuoriclasse che ha fatto innamorare l’Italia e in quegli anni ha avvicinato per la prima volta alla Formula 1 tantissime persone mai prima affacciatesi sui circuiti automobilistici. Fu un ciclone. Enzo Ferrari gli era legato come un figlio, come si può vedere nelle tante istantanee di un’epoca in cui scendere in pista significava rischiare la vita a ogni curva. Gilles lo sapeva bene e non solo lo accettava, ma spingeva l’asticella sempre più in là. Era nato nel 1950 in Quebec da una modesta famiglia. Fin da bambino mostra subito la sua grande passione per la meccanica e la velocità. Appena diciassettenne Villeneuve si impone come protagonista assoluto delle motoslitta, con le quali oltre a vincere e guadagnarsi da che vivere, compie impressionanti e spericolate evoluzioni. Guadagna e investe, a volte si indebita pur di seguire il suo grande sogno: correre sulle Formula 1. Proprio in questo periodo, sposato e con un figlio, Jacques, prova l’avventura nella Formula Atlantic, la categoria di monoposto più importante di tutto il Canada. Non è una buona stagione per lui, ma dopo tanti sforzi e sacrifici, nel ‘75 arrivano i primi risultati che gli garantiscono la convocazione anche per l’anno successivo. Gilles inizia la stagione folgorante, tanto che la McLaren lo chiama per disputare il GP di Pau di Formula 2, uno tra i più prestigiosi palcoscenici per i giovani piloti emergenti. Le cose anche questa volta non vanno per il meglio, ma al suo rientro in Canada, ecco il tanto atteso primo titolo di Formula Atlantic. La vera consacrazione nell’olimpo della F1 arriva però con la gara di Trois-Rivieres, dove Gilles firma un contratto per la disputa di cinque gare di Formula 1 in qualità di terzo pilota nel team McLaren. Una bella vetrina che permette a Gilles di mostrare il suo stile aggressivo e una straordinaria capacità di controllo della vettura. Riconoscimenti che non gli danno la fiducia del team inglese, ma che gli consentono di entrare sotto l’ala protettrice di Enzo Ferrari, alla ricerca in quel periodo proprio di un giovane pilota con poca esperienza, per dimostrare quanto fossero le auto e non il pilota le principali protagoniste in pista. Il semi-sconosciuto Villeneuve è l’uomo scelto e convocato per questo fine.
In questo strano modo iniziò una delle favole più belle della storia delle corse. L’abbandono di lì a poco di Niki Lauda è la svolta per il neo pilota ferrarista, che si vede così spinto da subito al volante della 312 T2. Tra prestazioni deludenti e rocambolesche uscite di pista, Gilles fa parlare molto di sé. Nonostante l’inesperienza e le scarse vittorie, il Drake lo conferma per la stagione successiva. È l’anno dell’accoppiata con Reutemann al volante della nascitura 312 T3. Villeneuve è in crescita e fa passi da gigante. Il grande giorno per il pilota canadese è in arrivo, l’8 ottobre 1978 nella sua Montreal, Gilles è pronto a giocare il tutto per tutto e a conquistare la sua prima affermazione su una Ferrari regalando a tutti un grande spettacolo. L’anno successivo la Ferrari schiera una coppia che ha fatto storia: Scheckter-Villeneuve. Anche se le vittorie di Gilles del 1979 furono solo tre, era ormai scattata la “febbre Villeneuve”. Sfortuna e destrezza lo rendevano sempre più popolare e ogni gara che lo vedeva in pista era sempre un’avventura. La sua popolarità raggiunse i massimi livelli, anche se il 1980 fu un anno disastroso per la Ferrari, con una T5 difficile da tenere in strada. Il mago del Canada tentò il tutto per tutto battendosi comunque ai limiti, nonostante la serie di incidenti clamorosi che lo videro miracolosamente illeso. Per l’anno 1981 la Ferrari con la sua nuova 126 CK affiancò a Villeneuve il francese Didier Pironi.  La coppia delle due Rosse era affiatata e a Imola in doppietta si scambiarono continuamente le posizioni fino all’ordine dei box di mantenere le posizioni, che all’ultimo secondo non fu seguito da Pironi, che passò in testa sotto la bandiera a scacchi. Gilles, ancora amareggiato per lo sgarro di Imola scendeva ancora in pista in Belgio per fare un tempo migliore del compagno, ma la pista era ancora umida: nel primo giro lanciato una fatale collisione con Mass lo sbalzava in successivi, tremendi urti e lo proiettava lontano dalla monoposto. Gilles si spense a 32 anni all’ospedale di Lovanio.  Così lo ricorda il figlio Jacques, che per celebrarlo guiderà la Ferrari del papà sul circuito di Fiorano: «Per mio padre cose impossibili  non esistevano. Ma non era un incosciente, era un funambolo che sapeva usare la testa».