La crisi? No, il problema è l’uomo “nero”

Hollande ha vinto, lunga vita a Hollande. I grandi giornali esultano, il centrosinistra nostrano brinda e Mario Monti si adegua. Come per magia, SuperMario cambia improvvisamente linea e partner. Come un amante deluso, dice addio alla Merkel e – con un finale a sorpresa, di quelli che fanno la fortuna delle soap opera – si scopre in grande sintonia con il neo-eletto all’Eliseo, è quasi un fratello gemello, poco importa se sia socialista o meno, poco importa se ha parlato contro l’austerità (e quindi contro le ricette rigoriste dei “professoroni”): «Hollande ha le nostre stesse idee sulla crescita. Anzi, noi siamo antesignani delle sue proposte». Il tipico salto “tecnico” sul carro del vincitore, fatto in coppia con il ministro Giulio Terzi, che ha sentenziato: «La vittoria di Hollande dà impulso al processo di crescita». A suo giudizio, anche se è difficile capirne il motivo, l’Italia «ora ha un ruolo accresciuto da giocare». Come se l’asse Berlino-Parigi fosse già defunto. La Merkel, invece, tramite il portavoce del governo tedesco Steffen Seibert, sostiene che la collaborazione «sarà buona anche con Hollande». Quindi Monti rischia di essere rispedito nelle retrovie, nel ruolo di attore non protagonista.

Tra le Borse e l’asse
Le Borse, del resto, non sembrano credere a possibili sconvolgimenti e lo spread che ripiega conferma questa tesi. Dopo un’apertura che ha visto tutte le piazze europee in negativo, solo quella greca ha continuato a segnare profondo rosso (meno 8 per cento), mentre le altre hanno virato in terreno positivo. Hollande non mette paura più di tanto. La cooperazione franco-tedesca dice la cancelliera, è «essenziale per l’Europa» e con il neo-presidente lavoreremo bene e intensamente». L’Europa modello Hollande non esiste. Ed è tutto da dimostrare che esista tra Roma e la nuova Parigi quel feeling che gli organi di stampa si sono affannati a cercare di accreditare fin dalla prima ora. La vulgata della “Merkel isolata” al momento non regge e Bersani, che innalza il calice, rischia di brindare per una vittoria che con la sua sinistra non ha nulla a che vedere. I tecnocrati sono sempre tecnocrati, comunque li si chiami. E qui non si sta affermando nulla di alternativo. È lo stesso modello che cambia faccia per portare avanti le medesime politiche. Quando c’è la crisi è fatale che chi la governa perda poi le elezioni. Così è successo a Nicolas Sarkozy e succederà in futuro anche ad altri.

I conti che non tornano
Per L’Italia, comunque, i conti non tornano. Non tornavano prima con Sarkozy presidente del francesi e non tornano adesso con Hollande  all’Eliseo. C’è un enorme problema di cassa che è alla base del braccio di ferro tra Monti e la Ragioneria generale dello Stato. È per questo che le imprese che hanno effettuato lavori per la pubblica amministrazione non vengono pagate, l’Iva non viene rimborsata e le compensazioni, sostenute a gran voce dal Pdl, vengono viste come fumo negli occhi. Per centrare il pareggio di bilancio nel 2013 dobbiamo ridurre il fabbisogno (nel 2011 è stato di 61,5 miliardi e quest’anno, dopo stangate per 50 miliardi di entrate, raggiungerà i 26,2), ma il calo dei consumi mette a rischio le entrate e riduce la liquidità, mentre la spending review si annuncia come pura e semplice acqua fresca: se ne parla tanto ma non sposterà più di 4 miliardi che serviranno solo a non far alzare nuovamente l’Iva. E allora? I conti si faranno a fine anno Intanto, però, il rosso di cassa dei primi quattro mesi dell’anno – come certifica lo stesso ministero dell’Economia –  ha raggiunto i 30,5 miliardi.