Jp Morgan, l’impunità dei “poteri forti”

Due miliardi di dollari di perdite che cosa sono, in fin dei conti, per una cinica finanza che scarica i suoi fulmini un po’ a caso sull’intero pianeta con un ditino misterioso che dal pc di un ufficio con parquet in pregiatissimo acero bianco decide le sorti di ignari cittadini? Un nonnulla, certo: però quel buco nero nelle casse del colosso americano Jp Morgan spiega meglio di tutto come la lotta che gli stati nazionali, Italia in testa, combattono tutti i giorni contro la crisi e contro i mercati dittatori, sia sostanzialmente inutile o comunque secondaria rispetto ai meccanismi della speculazione legalizzata: altro che rigore sul debito pubblico, stangata dell’Imu e vere o presunte liberalizzazioni dei taxi e delle farmacie. I giochini di banche d’affari come la Jp Morgan ricordano molto da vicino quelli della Lehman Brothers con i mutui subprime, che nel 2008 innescarono la più imponente crisi finanziaria internazionale grazie alla deregulation americana, alla quale gli Usa provarono a mettere rimedio inasprendo le sanzioni contro i manager disinvolti; correttivi che non hanno impedito alla Jp Morgan di ripetere gli stessi errori di quel colosso che fallì dopo oltre un secolo di attività. Un default, quello della Lehman, che mise in ginocchio la finanza mondiale, dando vita a una stretta del credito e una spirale al ribasso dell’economia, gettando anche i semi della crisi del debito che fece scivolare il pianeta in una nuova recessione. Fa sorridere quindi che oggi Obama guardi con preoccupazione alla crisi europea per il possibile contagio dell’economia americana, quella che aveva infettato il nostro sistema solo quattro anni fa e che ancora adesso non riesce a darsi delle regole stringenti per evitare altri crac, come quello possibile della Jp Morgan. «Non sarebbe dovuto accadere», ha provato a scusarsi ieri l’amministratore delegato Jamie Dimon, parlando dei due miliardi di dollari di perdite registrate. «Tutte le azioni correttive sono state prese, erano necessarie. Voglio ammettere gli errori e imparare da questi». Per la cronaca, gli errori cui faceva egli stesso riferimento non sono costati il posto a Dimon, nonostante stipendi incassati per oltre 23 milioni di dollari.
Il punto è che in Europa nessuno ha il coraggio di affrontare il tema delle regole sui mercati, quelli che tiranneggiano a colpi di spread e di rating. Oltre a una generica proposta di Tobin tax sulle rendite speculative non si è andati. E si attende ancora qualcuno che provi a porre un argine allo strapotere delle banche d’affari e degli speculatori anonimi, che a colpi di derivati scommettono su titoli che non hanno e su tassi che affossano le economie degli stati sovrani. Difficile che lo possano fare i Draghi e i Monti, tutti legati a doppio filo a quel mondo finanziario senza scrupoli di cui sono stati attori e protagonisti. E che ovviamente non vuol saperne di regole stringenti. Difficile convincere quelli della Goldman Sachs, ex datori di lavoro dell’attuale governatore della Bce e del nostro premier, ma anche quelle della Morgan Stanley, nel cui board siede il figlio di Monti. A proposito, nello scorso gennaio, in piena emergenza economica, la Morgan venne rimborsata di oltre due miliardi di euro dallo Stato italiano per estinguere dei contratti derivati sottoscritti negli anni ’90. Una somma di cui ancora oggi Monti, interrogato in Parlamento, non ha dato conto, ma che secondo autorevoli giornali sarebbe relativa a contratti di titoli più o meno tossici – propinati chissà da chi – che si erano rivelati troppo onerosi per lo Stato italiano. Da qui la decisione di estinguerli per limitare le perdite, già ingenti. Ovvio che su questa operazione misteriosa ci sia il legittimo sospetto del conflitto d’interessi dovuto anche alla posizione di Giovanni Monti, vicepresidente della banca d’affari newyorchese. Banca peraltro nata dalla stessa costola della Jp Morgan, inquietante coincidenza, anche questa.