Imprese e famiglie senza credito: i suicidi aumentano anche così

Tre suicidi al giorno e mille aziende al mese che dichiarano fallimento sono dati che, con un giovane su tre senza lavoro, sono più che un campanello d’allarme. La mancanza di liquidità sta creando problemi a non finire alle famiglie e alle imprese e da entrambi i versanti si risponde alla crisi arrivando a mettere in palio la propria vita. Anche perché il governo da una parte, attraverso Equitalia, ha avviato un recupero crediti che ha l’obiettivo di ridurre l’evasione fiscale ma, nei fatti, sta costringendo cittadini e imprese a fare ulteriori sacrifici. E dall’altra, con la giustificazione delle esigenze di cassa, nega i pagamenti arretrati a chi ha svolto lavori per la pubblica amministrazione e quelle compensazioni fiscali, tra il dare e l’avere nei confronti del fisco, che potrebbero costituire una boccata d’ossigeno per molte imprese. Il premier Mario Monti ha un bel dire che i suicidi degli imprenditori «dovrebbero fare riflettere chi ha portato un’economia a questo punto non chi cerca la strada per farla uscire dalle difficoltà». In realtà ci sono colpe e colpe, e certo chi oggi si impicca lo fa perché ha ricevuto le ingiunzioni di Equitalia e non perché fino a qualche anno fa in questo Paese c’era chi andava in pensione con meno di quarant’anni.

Responsabilità ben precise
A ognuno le sue colpe, quindi. C’è la crisi internazionale, c’è la montagna del debito da finanziare, c’è la spesa pubblica parassitaria e clientelare, c’è l’evasione fiscale, ma c’è anche la colpa di chi ha sposato il rigore, senza tener in nessun conto l’equità e senza considerare che senza lo sviluppo aumentare le tasse può servire soltanto a tappare qualche buco, ma non può costituire una strategia di lungo periodo in un Paese in cui la pressione fiscale ha raggiunto il 45 per cento e, se si tiene conto dell’evasione, è addirittura al 54 per cento. In tutta questa storia la parola definitiva l’ha detta ieri la Banca d’Italia che, nell’analisi dei bilanci bancari, ha dato le cifre sui prestiti a imprese e famiglie.

Credito bloccato
Quello di Via Nazionale è un vero e proprio grido d’allarme.  A marzo – viene fatto rilevare – il credito alle imprese si è praticamente fermato (+0,9 per cento a febbraio), mentre i prestiti alle famiglie hanno presentato un tasso di crescita del 2,2 per cento (a febbraio l’incremento era del 2,7 per cento). Uno stato di cose che spiega, con dovizia di particolari, il perché di quei mille fallimenti al mese e di quell’aumento della disoccupazione che ormai ha raggiunto il 9,8 per cento come dato medio nazionale. Se le banche azzerano anche i finanziamenti alle imprese, queste non hanno fondi per investire, innovare e comprare all’estero le materie prime da trasformare in semilavorati e prodotti finiti. Così, quando, non chiudono, ristrutturano e mandano a casa i dipendenti.

Redditi al lumicino
In questo contesto il reddito disponibile delle famiglie diminuisce trascinando al ribasso i consumi, l’industria riceve meno commesse, contrae ancora la produzione e licenzia altre persone. È un cane che si morde la coda. La torta si rimpicciolisce sempre di più e alla fine l’economia fa il botto. Anche perché, nel frattempo, nemmeno le famiglie riescono a trovare udienza presso le banche. Gli istituti di credito, in debito di liquidità, hanno incassato i prestiti della Bce a tasso agevolato e se ne sono serviti per mettere una pezza ai loro bilanci e ai conti dello Stato. Infatti, invece di iniettare risorse nel sistema per rivitalizzare l’economia, hanno comprato Bot e Btp speculando sulle cedole e consentendo a Monti di beneficiare di quel taglio allo spread che lo rende tanto orgoglioso e che non perde occasione per sottolineare. Non dice però che  è stata la Bce e non le tasse del governo a rendere possibile la riduzione del differenziale tra Btp decennale e bund tedesco da 550 punti base a circa 400.