Il Terzo Polo è morto? Forse sì…

«Il Terzo Polo è stato fondamentale, onore a chi vi ha partecipato, ma oggi siamo in un nuovo campo, in una nuova stagione e il gioco è diverso». Il “de profundis” sulle possibilità vincenti dell’area centrista è stato pronunciato ieri dal leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini e le sue parole hanno messo in fermento tutta l’area del centrodestra. «Se altri ritengono che le cose vadano bene così, vadano avanti», ha esclamato, ricordando ai cronisti «disattenti» che non è affatto una novità la sua richiesta di andare oltre il Terzo Polo. «Lo dico da mesi: il Terzo Polo non è sufficiente per rappresentare l’esigenza di novità e di cambiamento che viene dal Paese». L’annuncio di Casini che «oggi siamo in una nuova stagione» ha dato l’impressione ai vertici futuristi di uno “sciogliete le righe” annunciato senza concordarne i modi con Fini (anche se Casini lo ha sentito spesso prima e dopo il voto). Non è un mistero che in diversi (da Italo Bocchino a Carmelo Briguglio a Fabio Granata a Roberto Menia) in questi mesi abbiano protestato contro il protagonismo del leader Udc, conducendo una battaglia interna per non sciogliere Fli all’insegna dello slogan «non vogliamo morire democristiani». Oggi, dunque, sottolineano che è stato prudente parlare al massimo di una confederazione, senza sciogliere Fli nel Polo della Nazione. Per questo c’è stato chi ha chiesto ancora a Fini di dimettersi da presidente della Camera per mettersi alla guida magari di un partito dal nome nuovo.
Le parole di Casini hanno movimentato il Terzo Polo per l’intera giornata: il leader Udc si è incontrato nel pomeriggio con Gianfranco Fini, e dopo un’ora di colloquio ha un po’ corretto la rotta. «Con Fini – ha detto – siamo d’accordo anche quando fingiamo di non esserlo. Non c’è niente da chiarire – ha aggiunto – siamo insieme impegnati a costruire qualcosa di nuovo da molti mesi». Ieri Fini ha anche sentito al telefono Francesco Rutelli, il quale ha convocato immediatamente il direttivo dell’Api dopo le parole di Casini. Le cose da chiarire sono diverse: l’annuncio di Casini significa che d’ora in poi sia Udc che Fli che l’Api devono avere le mani libere? Se non è così è evidente che le esternazioni di Casini sono state quanto meno inopportune. Ma oltre queste valutazioni, attinenti a un piano più tattico che strategico, c’è da chiarire un altro punto: Casini pensa a come superare la crisi dei moderati o è interessato a un progetto a tutto campo, capace di aggregare consensi e personalità che vanno anche oltre il quadro di riferimento dei moderati? E ancora che fine fa, in questo contesto, l’annunciato varo del cosiddetto “partito della nazione”? Non solo i dirigenti di Fli ma anche quelli dell’Api sono in fibrillazione: rifiutano di polemizzare con Casini, ma si fa notare che una cosa è creare un nuovo soggetto più ampio, un’altra bocciare il Terzo Polo. Soprattutto, sostiene un deputato dell’Api, si deve fare chiarezza: «L’Udc vuole tornare ad allearsi con il vecchio centrodestra?». Da parte del Pdl arrivano segnali proprio in questa direzione. La linea scelta è quella di insistere per una riunificazione immediata dei moderati fin dai ballottaggi. Se ne è fatto interprete ieri Maurizio Gasparri: «Popolo della libertà, liste civiche ed altri partiti moderati dimostrano che anche in questa tornata elettorale ci sono i numeri per un’affermazione di una coalizione di centrodestra alle elezioni politiche. Il superamento da parte di Casini del Terzo Polo può essere un contributo. Confrontiamoci, quindi, senza pregiudizi per far vincere i moderati che sono la maggioranza».
Ma non è solo il Pdl a guardare all’area del Terzo Polo e a Casini in particolare. Anche Massimo D’Alema rilancia l’idea di un fronte unico tra progressisti e moderati. Dopo l’euforia dei commenti a caldo sul turno amministrativo, infatti, il Pd deve fare i conti con la realtà e la realtà è che la sinistra non è apparsa come una valida alternativa al centrodestra in crisi. Secondo le eleaborazioni sui flussi elettorali dell’Istituto Cattaneo il partito democratico ha subito una contrazione pari al 29 per cento dell’elettorato che lo aveva scelto nel 2010 (pari a un decremento di 91.000 voti).  Il Pd è costretto a prendere atto che il voto del 6 maggio ha messo in crisi le classiche polarizzazioni cui il bipolarismo italiano aveva abituato gli elettori. La scelta non è stata tra sindaci di destra e sindaci di sinistra ma tra candidati che non erano espressione di vecchie sigle di partito e candidati “compromessi” con un sistema percepito in blocco come inaffidabile. Un voto anti-partiti (su cui ha pesato fortemente il disagio sociale determinato dalle politiche economiche rigoriste) che non ha lasciato indenne il Pd.
In un quadro così magmatico e infido i democratici non se la sentono di rispondere subito all’appello lanciato con insistenza da Di Pietro, cioè di staccare la spina a Monti per rimettere insieme lo schema della vecchia Unione e tentare di prendere le redini del paese. La foto di Vasto, dunque, per ora non è il modello al quale conviene aggrapparsi.
Per questo Massimo D’Alema ieri ha rilanciato la sua strategia in un’intervista a “Il Messaggero”: unire progressisti e moderati. «Appare evidente che l’unica prospettiva di governo possibile è quella che si costruisce attorno al Pd» e «non c’è una dimensione possibile di governo del Paese se non intorno ad una alleanza tra il centrosinistra imperniato sul Pd e le forze centriste più responsabili».  «Noi partiamo da una collaborazione di centrosinistra, in particolare con Sel», spiega D’Alema sottolineando che invece c’è da «dubitare sull’intenzione di Di Pietro di volere lavorare in una prospettiva di governo del Paese». Il presidente della Feps aggiunge: «Ritengo importante una maggioranza che comprenda anche le forze moderate che si raccolgono attorno all’Udc per dare vita ad una vera alleanza di progressisti e moderati». Casini intanto riflette, ma è evidente che le risposte dovranno essere date in tempi brevi.