Il Pdl processa Monti: «Non diremo più sì a tutto»

È tornato ieri pomeriggio da Mosca per nulla demoralizzato. E in serata Silvio Berlusconi, reduce dalla visita all’amico Putin, ha presieduto un vertice a Palazzo Grazioli nel quale ha fatto il punto del voto amministrativo con il segretario del Pdl Angelino Alfano e con lo stato maggiore del partito. Il giudizio politico definitivo sarà dato solo oggi, ma già ieri Alfano non s’era scomposto più di tanto al cospetto di risultati “non certamente esaltanti”. «Nessuno nel Pdl ha negato la delicatezza della situazione che emerge dai risultati elettorali» ma «va tuttavia segnalato che la lettura dei dati elettorali, come emerge dai media va decisamente approfondita e corretta», si legge in una nota emessa in serata dal coordinamento del Pdl, che respinge la lettura catastrofica dei dati.

Le cifre del Pdl
Secondo il Pdl, non è emerso chiaramente che nei 26 capoluoghi di provincia i sindaci vincitori già al primo turno sono stati: 4 al centrodestra (Catanzaro, Gorizia e Lecce al Pdl; Verona alla Lega); 3 al centrosinistra (La Spezia, Brindisi, Pistoia). Nei rimanenti 19 capoluoghi si terrà il ballottaggio nel quale il Pdl sarà presente in 11 città». «Di ancora maggior rilievo – si legge nella nota – è segnalare l’effettiva ripartizione del voto nei 168 comuni (compresi i 26 capoluogo) sopra i 15.000 abitanti e con votazione a doppio turno, che è esattamente questa: votanti 3.571.798 pari al 67,69% degli aventi diritto. Popolo della Libertà 417.766 (11,70%) a cui vanno ovviamente sommati i voti delle liste civiche ufficialmente predisposte da esponenti del Pdl, con l’accordo preventivo ed esplicito del partito. Tali voti ammontano a 316.575 (8,86%). Per un totale del 20,56%. A tale dato, è corretto accostare anche il risultato delle altre liste civiche, emanazioni di realtà locali ma alleate con il Pdl e spesso capitanate da uomini del nostro partito. Tali liste hanno riportato 225.709 voti (6,32%). Sommando tale dato si arriverebbe al 26,88%». Con il Pid e l’Alleanza di Centro di Pionati si passa al 28,66%, a soli due punti dal Pd.

La rivolta anti-Monti
Ma è l’appoggio a Mario Monti il principale terreno di scontro nel Pdl dopo il passo falso delle amministrative. E sul tavolo c’è anche l’idea di rilanciare la “Casa dei moderati”, ipotesi che però non scalda più di tanto gli animi. Senza tanti giri di parole Massimo Corsaro, larussiano doc e vicepresidente dei deputati, fa presente che è deleterio appoggiare un governo delle tasse, che attraverso la leva fiscale colpisce la nostra “base sociale di riferimento: pmi, lavoratori autonomi e liberi professionisti”. «D’ora in poi voteremo solo i provvedimenti che ci convinceranno», avverte Ignazio La Russa. Anche Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato, indica l’appoggio a Monti tra le cause del risultato elettorale: «Abbiamo sostenuto Monti, anche per questo paghiamo». Ma lo schema ex An ed ex Fi non regge alla prova del voto, visto che a guidare le truppe degli scontenti di Monti c’è Guido Crosetto: «Nessuno si sogna di mettere in discussione Alfano, la cosa più stupida che si possa fare in questo momento. Ma i messaggi di questo turno elettorale sono chiari: la politica, tutta, ed i partiti, tutti, devono cercare di riconquistare un minimo di credibilità per tornare interlocutori di una società spaventata, piena di rabbia, inerme di fronte ai cambiamenti del mondo. Nessun partito ha presentato progetti, ma alcuni si sono affidati ad un governo di illuminati che in realtà era bravo a criticare scrivendo articoli ed alla prova dei fatti si rivela incapace di affrontare i problemi». Perfino un moderato ex azzurro come Maurizio Lupi sembra aver compreso il messaggio delle urne in una chiave anti-montiana: «Garantiamo al governo responsabilità e lealtà ma non voteremo nuove tasse e balzelli». Tra i meno entusiasti di Monti, fin dalla prima ora, c’era Altero Matteoli, che ieri aveva facile gioco nel dire che il Pdl «ha pagato più di tutti l’appoggio al governo Monti, perché l’esecutivo ha penalizzato fortemente il blocco sociale che solitamente vota per il centrodestra». «Adesso è più chiaro che dovremo votare in Parlamento solo i provvedimenti che ci convincono  e non tutto ciò che Monti ci propina», spiega il senatore del Pdl.

Nessuna smobilitazione
Nel Pdl, dunque, non c’è alcuna voglia di smobilitare. E anche la spaccatura tra chi vuole le urne subito e chi preferisce attendere la scadenza naturale della legislatura, i distinguo ormai sono minimi. Perché non è quello il punto, ormai: «Il punto è che dobbiamo proseguire nell’azione di pressing su Monti, condizionarlo, fare in modo che come accaduto su Imu e compensazione dei crediti dello Stato, il Pd sia costretto a inseguirci., serve una svolta di contenuto», spiega Osvaldo Napoli. «Il Pd che canta vittoria in realtà in venti dei 24 comuni al di sopra dei quindicimila abitanti, vince solo grazie alla foto di Vasto. Ecco, noi dobbiamo spiegare agli elettori che con quella maggioranza il centrosinistra non potrà mai governare il Paese». Molto critica, invece, è la posizione di Alessandra Mussolini, che chiede al segretario di staccare subito la spina a Monti: «Se il Pdl continuerà ad appoggiare “Monti mani di forbice” nella sua folle corsa all’aumento delle tasse, che porta al taglio delle entrate per le famiglie, non ci sarà più bisogno di cambiare nome al Pdl, perché del partito potrebbe rimanere ben poco, già ora è in terapia intensiva», dice la parlamentare, che chiede anche di metter fine all’asse Abc, perché s’è capito «che Bersani è sempre pronto ad accoltellare Alfano, quando può».
Sul fronte delle alleanze, si discute anche della corsa al centro, che non tutti condividono: «La Casa dei moderati? Non mi appassionano le denominazioni, contano i contenuti, pensiamo alla sostanza», spiega Alfredo Mantovano.