I partiti vogliono la «meglio gioventù»

Saranno i giovani a salvare l’Italia? I partiti sembrano convinti che l’appello a questa eterogenea categoria possa risollevarli dalla crisi di credibilità in cui sono caduti. Se ne parla un po’ dappertutto, e in tutte le occasioni: nel Pdl domani i giovani si riuniscono a Pavia e a Bologna per dire che servono energie fresche e che la classe dirigente del partito va rinnovata. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno va in televisione e dichiara: il futuro del Pdl passa per i giovani, per i trentenni e per i quarantenni. E non è un mistero, come abbiamo letto nei giorni scorsi, che anche Silvio Berlusconi è tentato da un listone civico aperto ai giovani, che lo stesso ex premier è rimasto colpito dal successo del giovane candidato sindaco di Monza, Paolo Piffer, e lo ha invitato ad Arcore per avere suggerimenti. Piffer gli avrebbe detto che il problema del Cavaliere è il linguaggio: «Lasci stare i comunisti, una parola che non evoca più nulla». Così ha raccontato "Il Giornale", testata molto informata sulle intenzioni di Berlusconi.
I giovani danno consigli ai vecchi leader, dunque. Porte aperte ai giovani, largo ai giovani. E giovani sono anche i candidati del Movimento 5 stelle. E tanto basta perché il modello del giovane Pizzarotti, eletto sindaco a Parma, divenga un faro capace di rischiarare la notte della seconda Repubblica.
Anche il movimento di Montezemolo Italia Futura, ormai rodato per calcare le scene della politica italiana (il primo sondaggio gli aggiudica il 3,5%), punta su facce nuove, e naturalmente giovani. Addirittura lo stesso ispiratore, Montezemolo, che va per i 65 anni, sta riflettendo sulla possibilità di farsi da parte per consegnare il testimone a un giovane.
Ai giovani si rivolge il governo Monti, in picchiata negli indici di gradimento, che intende scrollarsi di dosso l’immagine professorale ammiccando alle nuove generazioni: «Ciò che fa bene ai giovani fa bene al Paese» è il motto con cui il premier tenta di infondere fiducia nei giovani che si scoprono allergici alla politica. 
Altro che bamboccioni o sfigati. Senza i giovani i partiti sentono di non poter andare avanti. Reputano che Grillo abbia vinto perché ha fatto spazio ai giovani. Giudicano importante la presenza sul web, perché è lì che i giovani discutono, animano dibattiti, si appassionano.
Anche Pierluigi Bersani fiuta l’aria che tira e afferma: da noi i giovani non sono affatto messi da parte, abbiamo sindaci giovani, parlamentari di ultima leva. Da Grillo, è sottinteso, il Pd non ha nulla da imparare. Gli unici che hanno un po’ il fiato corto, in questa rincorsa ai giovani, sono i leghisti, alle prese con il logorìo dell’immagine del Carroccio ad opera proprio di un giovane, il Trota, e delle sue "paghette".
La politica italiana non è nuova a questi innamoramenti. Negli anni Novanta, ad esempio, sembrava che sarebbero state le donne a cambiare il volto incanutito e un po’ arcigno delle istituzioni. Così ogni partito ha avuto la sua "squadra" di genere su cui investire per il maquillage di rito. Nessuna rivoluzione è purtroppo avvenuta, soprattutto da quando la politica femminile è stata affiancata al metodo del casting, con risultati più che deludenti.
In realtà l’esempio deve far riflettere: così come la forza delle donne in politica è stata depotenziata dal tutoraggio maschile anche le energie dei giovani potrebbero seguire la stessa sorte. Chi li sceglie infatti questi giovani? Chi li coopta? Chi decide se sono adatti alla politica oppure no? Si guarda all’immagine o al curriculum o a tutt’e due ? E come ci si orienta per valutarne il senso di autonomia e indipendenza dopo i danni operati da una selezione che premiava i più obbedienti e i più disciplinati?
Purtroppo, su questo terreno, non c’è un manuale di riferimento che possa essere seguito con successo. Un tempo, ma si potrebbe anche dire "c’era una volta" per la distanza che ormai separa quelle pratiche dall’attuale scenario, c’erano i movimenti giovanili. Ad essi era affidato il non facile compito di selezionare giovani meritevoli di essere lanciati nell’arena nazionale. E in genere questi giovani meritevoli si affermavano nei partiti per la loro ansia di innovazione, per la loro attitudine a non essere semplici "yes men", in pratica per la loro capacità di essere dialettici rispetto al vertice. La "normalizzazione" dei movimenti giovanili, ottenuta attraverso vari fattori (ma principalmente con la correntizzazione estrema delle organizzazioni giovanili stesse e con la cooptazione dei dirigenti nelle liste elettorali) ha svuotato di senso il loro ruolo, provocando anche lo spettacolo attuale: tutti invocano i giovani ma nessuno sa bene come selezionarli questi volti nuovi che dovrebbero rimettere in moto la circolazione delle élite.
Forse, per rendere più credibile l’operazione, i "padri nobili" dovrebbero rinunciare ad essere i principali protagonisti della selezione delle nuove leve. Queste ultime dovrebbero a loro volta dimostrare una certa dose di autonomia dai capi. Così forse riprenderà a funzionare un meccanismo da tempo coperto da ruggine. In alternativa, c’è la selezione modello 5 Stelle, un po’ troppo fluida e un po’ troppo succube dell’isterismo da democrazia del web per risultare davvero credibile. L’«usato sicuro», per dirla con Pier Luigi Bersani, dovrebbe imparare ad ascoltare con più umiltà. E le generazioni che vogliono mettersi in gioco dovrebbero imparare la cultura del rischio. Si va avanti anche senza (soprattutto senza) lo spintone del capocorrente. Altrimenti, scusate, questa storia dei giovani è solo l’ennesima commedia.