Falcone, l’ora del ricordo e dell’ipocrisia

È il giorno del ricordo di Giovanni Falcone, di sua moglie e della scorta che saltò in aria a Capaci, il 23 maggio di venti anni fa. Ma è anche il giorno dell’ipocrisia. Di quei giornali, come Repubblica, che distribuiscono in edicola i cofanetti con il libro e il film sul sacrificio dei giudici eroi e allo stesso tempo cancellano dall’archivio on-line uno dei tanti articoli di quegli anni contro Falcone, il più duro, firmato da Sandro Viola il 9 gennaio del ’92, pochi mesi prima della strage. Ma è il giorno dell’ipocrisia anche per Leoluca Orlando, neosindaco di Palermo, che a Falcone aveva dichiarato guerra in buona compagnia, con una larga fascia dell’intellighentia palermitana di sinistra. Ieri non s’è scusato, ma ha abbozzato una difesa surreale, sostenendo di aver criticato il giudice perché interpretava un ruolo pubblico troppo “politico”. Proprio lui, che milita nel partito di Di Pietro e De Magistris.

Lo “sbianchettamento”
“Chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange. Io come tutti ho paura. Ma non sono vigliacco, altrimenti me ne sarei già andato”. Con questa frase di Antonio Montinaro, agente di scorta di Giovanni Falcone morto a a bordo della Fiat Croma che esplose a Capaci, si apre la presentazione del volume di Attilio Bolzoni, giornalista di Repubblica, che ha firmato anche il libro documentario “Uomini soli”, in cui si parla anche di Paolo Borsellino, Pio La Torre e Alberto dalla Chiesa, tutti ammazzati dalla mafia. Un cofanetto distribuito con Repubblica dal 16 maggio. Nulla di strano, se non fosse che la rete, implacabile controllore dei media tradizionali e non, ha scoperto che il quotidiano diretto da Ezio Mauro negli stessi giorni ha cancellato dal suo archivio quell’articolo del ’92 in cui Sandro Viola sbeffeggiava il magistrato siciliano, dal titolo “Falcone, che peccato…”. «Da qualche tempo sta diventando difficile guardare al giudice Falcone col rispetto che s’era guadagnato. Egli è stato preso, infatti, da una febbre di presenzialismo. – scriveva Repubblica – Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare, che oggi rappresenta il più indecente dei vizi nazionali. Quella smania di pronunciarsi, di sciorinare sentenze sulle pagine dei giornali o negli studi televisivi, che divora tanti personaggi della vita italiana – a cominciare, sfortunatamente per la Repubblica, dal presidente della Repubblica – spingendoli a gareggiare con i comici del sabato sera, con il prof. Sgarbi, con i leaders di partito, con i conduttori di talk show, con gli allenatori di calcio, insomma con tutti coloro che ci affliggono quotidianamente, nei giornali e nelle televisioni, con le loro fumose, insopportabili logorree…». «… Quel che temo, tuttavia è che a questo punto il giudice Falcone non potrebbe più placarsi con un paio di interviste all’anno. La logica e le trappole dell’informazione di massa, le sirene della notorietà televisiva tendono a trasformare in ansiosi esibizionisti anche uomini che erano, all’origine, del tutto equilibrati…». «… E scorrendo il libro-intervista di Falcone “Cose di cosa nostra” s’avverte (anche per il concorso di una intervistatrice adorante) proprio questo: l’eruzione di una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi…». Facile intuire l’imbarazzo di Ezio Mauro e di Eugenio Scalfari, oggi, vent’anni dopo. Ma perché “sbianchettare” l’archivio?

Le giravolte di Leoluca Orlando
Negli anni Novanta l’attuale sindaco di Palermo si era spinto nelle sue accuse a Falcone fino al punto da sostenere che il giudice “teneva chiusi nei cassetti” una serie di documenti riguardanti i delitti eccellenti di mafia. Ieri Orlando, presente alle commemorazioni di Palermo, parlava di “incomprensioni”. «Oggi come ieri, abbracciando Maria Falcone, esprimo il mio rammarico umano per quell’incomprensione, ricordando il contesto di tensione in cui quel contrasto si è verificato, ma ribadendo che il compito del politico è diverso da quello del magistrato», ha avuto la faccia tosta di dire Orlando, dimenticando il partito “dei giudici” dal quale proviene. «Il magistrato – ha proseguito Orlando – deve andare avanti solo se ha le prove ma il politico libero deve continuare a dire, oggi come allora, che occorre andare avanti nelle inchieste. La mafia troppe volte si nasconde dentro le istituzioni dello Stato», ha insistito.

L’ira della sorella e dei colleghi
«Orlando più di 20 anni fa ha firmato un esposto mettendoci la faccia, si è assunto una grave responsabilità, questo gli va riconosciuto. Mi auguro che oggi faccia un accenno di scuse e dica “forse ho sbagliato”», ha sostenuto Giuseppe Ayala. «Ad Orlando che oggi è sindaco chiedo solo di dire 4 parole: con Falcone ho sbagliato», ha aggiunto Maria Falcone che ha commentato così al suo arrivo al porto di Palermo, le vecchie tensioni tra il fratello magistrato e il neosindaco di Palermo. «Certe forze politiche di sinistra – ha spiegato ieri alla Camera Fabrizio Cicchitto, durante la commemorazione di Montecitorio – non accettarono l’autonomia di Falcone: ricordo quanto dissero Leoluca Orlando e Pizzorusso. Perchè se vogliamo fare i conti con quello che Falcone fu non si deve dimenticare nulla».