Facebook a Wall Street, tra entusiasmo e scetticismo

Quando, intorno alle 17 ora italiana, ha suonato la campanella di avvio del Nasdaq dal quartier generale di Facebook in California, i maniaci del dresscode finanziario avranno storto il naso: Mark Zuckerberg, il creatore del re dei social network, indossava la sua solita felpa con cappuccio. Peccato che in quel cappuccio portasse 104 miliardi di dollari. A tanto ammontava, infatti, la valutazione della società al suo debutto in Borsa di ieri: 38 dollari per azione, 104 miliardi in tutto. È destinata subito a salire, dicevano gli analisti, ovviamente in questo facili profeti: il titolo ha visto un immediato rialzo del 13%, fino a sfiorare i 43 dollari, per poi stabilizzarsi e tornare verso il valore iniziale. Si tratta della seconda Ipo (Initial public offering) della storia finanziaria americana dopo quella del colosso delle carte di credito Visa, la maggiore nel settore tecnologico. Festeggiano gli azionisti, tra cui nomi noti come Bono Vox, che detiene il 2.3% di Facebook, della serie “piove sempre sul bagnato”. Grande entusiasmo, quindi, ma anche qualche venticello di scetticismo: la capitalizzazione vale 103 volte gli utili e qualcuno, a Wall Street, già sussurra che fare una palata di soldi e avere successo in Borsa non è la stessa cosa, che nel settore dei social network potrebbe già esservi saturazione e che ci sono forti dubbi su ulteriori entrate. E infatti, pur sempre su livelli altissimi, gli ultimi dati sui ricavi di Facebook (quasi tutti dovuti alla pubblicità) facevano segnare qualche flessione: il primo trimestre 2012 ha visto un -12% rispetto all’anno precedente. Non che questo comporti grosse difficoltà, da parte di Zuckerberg, ad arrivare alla fine del mese: il “Bloomberg Billionaires Index” ha infatti collocato il 28enne al ventinovesimo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo. Nonostante l’allergia alle cravatte e le sue felpe con cappuccio che lo rendono troppo strambo agli occhi dell’aristocrazia consolidata dell’alta finanza. Ieri un liberale molto tradizionale come Gianni Riotta gufava un po’, non a caso sul rivale Twitter: “Strategia Facebook, resta in mano a Mark Zuckerberg, 27 anni: i mercati decideranno se, e fin quando, fidarsi dell’istinto di una sola persona”. Timori reali, anche se bisognerebbe ricordare che chi ci ha portato sull’orlo del baratro giocando con derivati e mutui subprime lavorava in equipe qualificatissime e inappuntabilmente vestite. Ben vengano le felpe, allora.