Dylan, medaglia alle contraddizioni dell’America

«Il mondo è gestito da coloro che non ascoltano mai musica», si lamentava un tempo Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan. C’è voluto quel buontempone di Obama per smentirlo, premiandolo ieri con la Medaglia presidenziale della libertà. «Non c’è un gigante più grande nella storia della musica americana», ha detto l’inquilino della Casa Bianca nell’atto di consegnare la Medal of Freedom al cantautore, per l’occasione serissimo e impassibile, trincerato dietro impenetrabili occhiali neri. Forse «per avere più carisma e sintomatico mistero», come direbbe un Bob Dylan di casa nostra come Franco Battiato, o forse solo per nascondere l’imbarazzo di una situazione un po’ contraddittoria. In effetti le chitarre e i palazzi del potere fanno sempre uno strano effetto quando finiscono per incontrarsi. John Lennon, per esempio, sentì a lungo il peso del titolo di baronetto ricevuto dalla regina in persona, almeno fino al momento della sua restituzione in protesta contro il sostegno inglese alla guerra in Vietnam. L’autore di Imagine confessò pure di aver fumato uno spinello nel bagno di Buckingham Palace, sfidando la legge che puniva i consumatori di droghe, ma anche il proprietario dell’abitazione che li ospitava, in quel caso Sua Maestà la Regina d’Inghilterra.
Ma Dylan, da quel che ne sappiamo, alla Casa Bianca non ha fatto nulla di tutto ciò e si è limitato a tenere un timido broncio durante l’assegnazione della medaglia. Premio meritato? La discussione è aperta. Fosse stato un Grammy, ovviamente, nessuno avrebbe potuto obiettare nulla: ognuno è libero di non comprare i dischi di Dylan, ma nessuno potrà negare il suo ruolo nella storia della musica. Quando invece si comincia a dire che un cantante è anche un poeta e che forse è anche un esponente della cultura nazionale di una nazione, per poi magari spacciarlo per politico, guru o filosofo ci si pone su di un piano inclinato scivoloso e malfermo. Bob Dylan ha indiscussi meriti musicali, ma è probabile che rappresenti l’anima di una generazione, non di una nazione. Non a caso anche un intellettuale di destra come Alain de Benoist, mai troppo tenero con l’America, ha ricordato che negli anni della contestazione gli «piacevano Joan Baez, Bob Dylan e le superbe ballate di Pete Seeger». Note, quelle del cantautore blues, che hanno quindi attraversato le frontiere e gli schieramenti politici. Basterebbe questo a farne un grande nel suo campo, non servono medaglie e pacche sulla spalla presidenziali.
Del resto, è evidente che nella premiazione ne sia uscito meglio Obama piuttosto che Dylan stesso. Logorato dal potere, dalla crisi economica, dalle grane afghane, irachene, ora anche siriane e domani forse iraniane, Barack ha voluto per un attimo tornare quello della campagna elettorale: il “fico” che giocava a basket, rompeva tabù e faceva bella mostra del suo iPod. Un sogno di cambiamento, il suo, affogato nella realpolitik e che ieri è invece rivissuto per un attimo grazie a una pillola di Woodstock. Niente più grattacapi, per un giorno, solo chitarre e inni di protesta, come ai bei tempi andati. Operazione nostalgia, quindi, condita da un po’ di marketing per riacquistare quell’alone cool cucito addosso all’allora senatore dell’Illinois, perdutosi da qualche parte nell’atto di varcare il portone della Casa Bianca. «Ricordo che quando ero al College – ha detto il presidente americano – ascoltavo sempre Dylan e la sua musica apriva il mio mondo. Con le sue canzoni coglieva qualcosa di essenziale su questo Paese…». Probabilmente è vero, ma si coglie qualcosa di ancor più essenziale dell’America se si dà una scorsa alla lista completa delle personalità già insignite con l’onorificenza presidenziale: vi troviamo attivisti per i diritti civili come Harvey Milk e Rosa Parks accanto a politici statunitensi quanto meno controversi come Dick Cheney, Donald Rumsfeld o Henry Kissinger, al bombardatore della Iugoslavia Wesley Clark e a quello dell’Iraq Norman Schwarzkopf, all’economista di Pinochet Milton Friedman e ad alcuni membri del gotha finanziario Usa come Alan Greenspan e David Rockefeller.
Che ci sta a fare Bob Dylan qui in mezzo? Ma è l’America, bellezza. Terra di contraddizioni insolute, di buone intenzioni e pessime azioni, di “flower power” e bombardamenti a tappeto. Come del resto è capitato al buon Zimmerman stesso, quando si è ritrovato, dopo una vita di lotte democratiche, a suonare a Pechino e Shangai, classificate in modo certo non ottimale nel ranking internazionale dei diritti umani. Eppure il cantante non è sembrato troppo turbato, ha fatto la sua bella esibizione in una sala ben presidiata dall’esercito, il tutto dopo aver fornito in anticipo alle autorità locali la scaletta delle sue esibizioni, evitando brani scomodi come The Times They Are A-Changin, Hurricane e Blowin’ in the wind. Tradimento? Sacrilegio? Sì, se ci ostiniamo a scambiare certe figure per santi, eroi e navigatori, se cerchiamo fra le note speranze di redenzione e fermenti di rivoluzione. La questione perde molta della sua serietà, invece, se teniamo sempre a mente che in fondo tutti i Bob Dylan di questo mondo sono solamente dei cantanti. Nulla di più.