Dinanzi al pericolo il Pdl serra le fila. Altro che sfascio

Il giorno degli scrutini abbiamo assistito a espressioni di giubilo di carattere quasi patologico. Dai giornalisti della stampa blasè, ai politologi, agli esponenti del Pd, tutti a gaiurare che di lì a poco il Pdl, “orfano” del Capo, era destinato a sciogliersi in mille rivoli. Su Sky, il professor Pasquino – insigne politologo – avendo definito il Pdl “un’accozzaglia”, assicurava che nel giro di poco esploderà in cento micro-partiti autoreferenziali. Gli facevano eco commentatori, analisti e politici del rango di Lorenzo Cesa, tutti a  ribadire la morfologia di scarsa tenuta del partito del centrodestra e rialzare la posta sulla scommessa del disfacimento del carrozzone berlusconiano. Ci sono poi la logica di autopreservazione e magari anche la tenuta personale e politica dei dirigenti del Pdl che, malgrado la vulgata giornalistica, non sono tutti veline o conigli saltati fuori da qualche cappello a cilindro. Che il centrodestra non sia in ascesa è fisiologico (non ha perso il governo da appena sei mesi?), ma è anche vero che l’elettorato di riferimento è rimasto potenzialmente lo stesso anche se confuso dalle posizioni a volte non comprensibili del Pdl nei confronti del Governo che ha soppiantato quello democraticamente eletto. La cesura voluta dalla Lega ha confuso ancor di più i punti di riferimento degli elettori genericamente non di sinistra. In politica, c’è posto per gli stupidi, ma non per i suicidi. Quindi, l’ipotesi che il Pdl si sfasci è un’idiozia. O, semplicemente, un pio desiderio dei suoi nemici.