«Basta buonismo, nulla sarà scontato»

Sobrio ma non distratto. Si parla di un Monti molto preoccupato dall’eccessivo dinamismo del Pdl e dal rischio che, tirando troppo la corda, mezza maggioranza lo possa scaricare prima della fine della legislatura. Per quanto rientrato l’incidente diplomatico con Angelino Alfano sulla proposta di compensazione fiscale per le imprese che vantano crediti con l’amministrazione pubblica (che oggi verrà presentata alla stampa), nel centrodestra cresce la tentazione di abbandonare il buonismo degli inizi, quando nel nome della salvezza nazionale rinunciò  – non senza qualche mal di pancia – alla prospettiva di elezioni anticipati e all’indicazione del successore di Berlusconi. Le ultime mosse parlamentari (il voto al Senato sugli stipendi ai manager pubblici) e il dibattito interno a via dell’Umiltà puntano a un cambio di passo nei rapporti con l’esecutivo dei tecnici. I più movimentisti, non necessariamente il manipolo dei “falchi ex An” come scrive la stampa con troppa approssimazione, chiedono discontinuità nei confronti dell’establishment e dell’appoggio alla politica di Palazzo Chigi.

Lo scatto di reni
«È venuto il momento di porre con forza, all’interno del Pdl il tema dell’appoggio non a Monti, ma alle scelte del suo governo. Io non sono disposto ad assistere in silenzio ad altri errori madornali», tra i più risoluti nel denunciare la stagnazione e il rischio della delega in bianco Guido Crosetto. «Prego il presidente Monti di fermarsi a riflettere un attimo e non incorrere nell’errore di molti suoi predecessori. Altrimenti dovrà essere il Parlamento a farglielo fare». Non ci voleva un governo di esimi professori e bocconiani doc per far schizzare la pressione fiscale al 53 per cento, per mortificare le imprese con una fallimentare riforma del mercato del lavoro, per mettere in piedi finte liberalizzazioni: è questa la riflessione che accomuna lo stato maggiore pidiellino dopo sei mesi dal passo indietro di Berlusconi. Le amministrative di domenica, al di là del risultato locale che nessuno considera un test politico di valenza nazionale, rappresentano  una deadline per il rilancio del partito  dopo la stagione dei congressi che ha rimesso in moto la macchina organizzativa all’insegna della partecipazione di iscritti e militanti. Non a caso Alfano ha individuato nell’immediato dopo-voto il momento opportuno per una controffensiva annunciando una grande iniziativa «che cambierà il corso della storia dei partiti».

Appoggio esterno?
Maggiore determinazione nei confronti del governo fino a ipotizzare un appoggio esterno, fase nuova all’insegna dell’ascolto e della democrazia interna, maggiore apertura e attenzione al territorio, selezione rigorosa della nuova classe dirigente, recupero dello spirito del ‘94 sono le parole d’ordine di quanti scommettono nel rilancio e non sono attratti da prospettive centriste di ritorno alle alchimie del passato.Di delusione profonda per l’operato del governo parla Massimo Corsaro diretto a Jesi per la chiusura della campagna elettorale. «Altro che Monti. Quelli che hanno seri motivi di preoccuparsi sono gli italiani e noi non vogliamo assumerci di fronte al popolo la responsabilità di scelte sbagliate. Sembrava che solo la tecnica avrebbe potuto trovare le risposte giuste alla crisi, a differenza della politica priva di autorevolezza, e invece ci troviamo davanti a soluzioni disastrose». Il parlamentare del Pdl punta l’indice sulla cecità dell’esecutivo a partire dal drammatico disegno di legge sul riforma del lavoro, che definisce una «mannaia legislativa che uccide definitivamente la flessibilià in uscita e alimenta una flessbilità in entrata a suon di rapporti subordinati».

La riforma elettorale
Da qui a un anno, nessuno pensa seriamente a giocare la carta del voto anticipato, il Pdl deve rafforzare la nuova leadership e tornare a essere baricentrico nel panorama politico. Ma non a costo di cedere alla tentazione di rincorrere di Casini e un intreccio di alleanze con il centro che utilizza la riforma elettorale per «ergersi ad ago della bilancia e ricattare»: la proposta lanciata da Pisanu di una grande alleanza liberaldemocratica lascia tutti molto freddi. Molto dipenderà dalle regole del gioco e dalla riforma delle legge elettorale intorno alla quale il dibattito interno è piuttosto acceso, la bozza firmata Alfano, Bersani, Casini è vista dalla maggioranza del Pdl un pericoloso balzo all’indietro. Ed è tuttora l’argomento forte, insieme alla riforma dei partiti, dei vertici settimanali a via del Plebiscito. «Non è possibile rinunciare al bipolarismo con un sistema che non dà agli elettori il diritto di conoscere prima del voto la composizione della maggioranza e il premier», dice Corsaro, «non si può pensare di fare politica se non si mette in conto il rischio di qualche sconfitta elettorale nel nome della chiarezza delle posizioni». Giorgia Meloni è ancora più tranchant con la categoria della moderazione. «La sfida non è riunire i moderati, ma riunire gli incazzati, che sono la maggioranza degli italiani». Francamente – aggiunge – «nel mio percorso politico ho conosciuto temi molto più caratterizzanti della moderazione per segnare l’identità di un movimento politico».

Oltre il carisma leaderistico
Intorno al giovane Alfano, fiore all’occhiello del partito che può vantare, unico nella scena politico, un leader che «quando Fini, Casini e D’Alema entravamo in Parlamento frequentava le elementari», il centrodestra guarda al futuro ben sapendo che non può più vivere di carisma leaderistico e che per voltare pagina deve spingere l’acceleratore sul ricambio generazionale e su nuovi codici comunicativi. «Dobbiamo tornare a essere un movimento popolare, interclassista, che presenta sul territorio facce pulite e presentabili. Se pensiamo di combattere l’antipolitica con modelli e persone viste negli ultimi trent’anni non andremo lontano». L’ex ministro della Gioventù, promotrice insieme a una ventina di parlamentari di un appello in difesa del bipolarismo, ha le idee chiare: nessun sostegno al buio al «governo della cattiveria, dobbiamo dare un colpo di reni, cambiare il nostro rapporto troppo debole, quando non supino, nei confronti dell’esecutivo». Elaborato il lutto per la caduta del governo, la fase due deve ripartire dal coraggio riformatore di investire sulla novità, sul ricambio generazionale e sul consenso.

Il padre nobile
Quanto all’ipoteca del Cavaliere che peserebbe troppo su Alfano, tutti considerano Berlusconi come una ricchezza insostituibile, “il padre nobile”, «ma il partito  – dicono – deve camminare con le proprie gambe». E lo già sta facendo secondo Deborah Bergamini che nutre molta fiducia nella nuova leadership. Area liberale vicino ai tea party, è soddisfatta della linea «più stimolante e aggressiva» dimostrata dal centrodestra, che testimonia anche la necessità di un recupero del ruolo del Parlamento nella dialettica con Palazzo Chigi. Dei tre impegni del premier per uscire dalla crisi si è visto solo il rigore, poca equità e nessuno sviluppo. Non pensa però all’ipotesi di staccare la spina anticipatamente: «L’anno che ci separa dal voto è necessario per per rafforzare leadeship. Alfano ha le carte in regola per condurre il Pdl a recuperare la duplice funzione di elaborazione culturale e strategica e di azioni da intraprendere intercettando e rappresentando le istanze dal basso. Ricambio, nuova selezione della classe dirigente, crociata alle rendite di posizione delle vecchie oligarchie, utilizzo dei social media, capacità di ascolto delle nuove generazioni: è questa la sfida. La nuova selezione dei dirigenti deve avvenire sul campo». Anche la Bergamini teme un ritorno alla frammentazione del sistema proporzionale, «l’attuale bipolarismo è sicuramente perfettibile per evitare cambi di casacche. Su questo terreno ci sono visioni diverse e occorre fare un comune sforzo di chiarezza».