Banche, ecco le prime file da “panico”

Il super vertice a quattro, in videconferenza, tra Merkel, Cameron, Holland e Monti, non ha sciolto i dubbi della vigilia sulle strategie per salvare in extremis la Grecia e neanche quelle sugli strumenti da utilizzare per dare impulso alla crescita. Ma su un punto tutti sono d’accordo, anche Manuel Barroso, presidente della Commissione Ue: «La Grecia va salvata». «Vogliamo che la Grecia rimanga nell’eurozona, e l’Unione Europea farà il possibile perchè ciò avvenga», ha ribadito ieri Barroso, nel corso di una riunione dell’Assemblea Generale dell’Onu sullo stato dell’economia e della finanza mondiale nel 2012. «Onoreremo la nostra promessa sugli impegni verso la Grecia, ma il governo del Paese ellenico, attuale e futuro, deve rispettare le condizioni concordate sull’assistenza finanziaria». Anche il Fondo monetario internazionale si lancia in un “consiglio” nei confronti della Banca centrale europea, che dovrebbe avere uno «spazio per un ulteriore allentamento» della politica monetaria e per «altre misure non convenzionali».

Cameron propone gli eurobond
«L’eurozona deve introdurre metodi di governance che creino fiducia, si devono aggiungere alla logica di un’unione monetaria delle soluzioni per il sostegno e la responsabilità collettiva: gli eurobond in questo senso sono un possibile esempio», ha detto il premier britannico David Cameron, prima della conference call con Monti, Hollande e Merkel. «Capisco – ha aggiunto – che i paesi dell’area euro possano non gradire interferenze dall’esterno, specie da parte di nazioni come la Gran Bretagna, che ha i suoi problemi di debito e altre difficoltà. Ma questa situazione coinvolge anche noi». In effetti, secondo il britannico Centre for Economic and Business Research “un’uscita disordinata della Grecia dall’area euro costerebbe all’eurozona il 5% del suo Pil, ovvero 1000 miliardi di dollari (circa 790 miliardi di euro). Lo studio, citato dal Guardian, prevede invece che una crisi «pilotata» costerebbe all’eurozona “solo” il 2% del Pil, ovvero 300 miliardi di dollari. «La fine dell’euro nella sua forma attuale è una certezza», ha commentato Doug McWilliam del Cebr.

Prime file alle banche
In Spagna, intanto, è corsa agli sportelli bancari di Bankia, l’istituto nazionalizzato dal governo la settimana scorsa. Secondo quanto scrive El Mundo, negli ultimi giorni i correntisti hanno prelevato dalla banca oltre un miliardo di euro. Anche se le autorità spagnole smentiscono il pericolo di un’escalation della paura in tutti gli istituti di credito spagnoli, la sensazione che un effetto panico possa allargarsi agli altri paesi, esiste. Per ora l’assalto alle banche non c’è stato, ma anche molti greci agli sportelli ci sono andati in questi giorni, hanno preso i loro risparmi e sono usciti, per timore che un eventuale passaggio euro-dracma possa abbatterne il valore: secondo dati ufficiali, negli ultimi 3 giorni sono stati 800 i milioni ritirati dai conti correnti. La cifra sale oltre quota 1,2 miliardi secondo fonti citate dal Financial Times, su un totale depositi che ammonta a 165 miliardi. Numeri che fanno dire ai banchieri che non ci saranno problemi di liquidità.

Fari puntati su Mps
In Italia non c’è alcuna emergenza liquidità ma in Borsa i fari sono puntati sul titolo del Monte dei Paschi di Siena, che anche ieri ha perso terreno, in un’altra seduta nera per Piazza Affari, che in scia ai listini europei prima e d’Oltreoceano poi ha archiviato gli scambi col Ftse Mib in calo dell’1,46%. A far scattare le vendite hanno contribuito sia le tensioni sul mercato dei titoli di Stato, con i rendimenti dei Bonos spagnoli che sono praticamente raddoppiati rispetto al mese scorso, e alcuni dati macro Usa. Quello del Montepaschi il peggior titolo a maggiore capitalizzazione: ha perso infatti il 5,27%, all’indomani della presentazione dei conti e mentre la magistratura sta procedendo con l’inchiesta per aggiotaggio. Male anche UniCredit (-4,65%), Bpm (-3,66%), Banco Popolare (-2,37%) e Mediobanca (-2,69%). Lo spread tra Bund e Btop italiani resta alto, sopra quota 450.

Il G8 di Camp David
Il vertice del G8 che inizierà oggi a Camp David è diventato un test per l’eurozona, l’occasione per “confrontarsi sulle rinnovate tensioni finanziare in Europa e la crescente disputa su come favorire una tiepida crescita economica nelle nazioni sviluppate mentre controllano il debito”. È quanto scriveva ieri il Washington Post, sottolineando che al centro del vertice vi sarà l’urgente domanda riguardo al fatto se le misure intraprese nell’eurozona potranno “proteggere l’Europa e l’economia globale se la crisi peggiora, o si può fare di più”.Ad aumentare il senso di urgenza e drammaticità vi la situazione in Grecia e “la crescente prospettiva che lascerà l’eurozona piuttosto che portare avanti un severo programma di austerity votato dagli elettori greci la scorsa settimana”. E il timore, sottolinea ancora il Post, è che “un’uscita della Grecia possa minare la fiducia degli investitori globali in altri paesi europei in difficoltà come la Spagna e l’Italia”.