Toh, chi si rivede: riecco lo spread (e non c’è Silvio)

Sale, scende, si ferma, torna a salire, si impenna: dello spread ne parlano tutti, anche senza capire bene che cosa sia, un fantasma economico che si aggira tra coloro che giocano in Borsa o un diavolo che vuole portarci tutti all’inferno, privandoci anche degli spiccioli che rimangono nel portafogli. Dal portiere sotto casa al barista dell’angolo della strada, all’imprenditore, al pensionato, si interrogano su quello che sta succedendo allo spread. Perfino chi, non avendo investimenti di nessun genere, se ne potrebbe altamente infischiare. Invece no. Così, quando come nella giornata di ieri si è scoperto che il differenziale tra il Bund tedesco e i Btp decennali italiani aveva raggiunto di nuovo la bella cifra dei 404 punti base tutti si sono guardati con uno sguardo angosciato. Ma come, hanno imposto a Berlusconi di dimettersi e hanno chiamato Monti a Palazzo Chigi per allontanare il fantasma e invece siamo al punto di partenza? Gli interrogativi si sprecano, ma i commentatori che quattro mesi fa ci avevano spiegato che la testa del Cavaliere valeva da sola 300 punti di differenziale, adesso si guardano bene dall’intervenire. Anche perché la Borsa segue a ruota e, dopo qualche settimana di ripresina, torna a sprofondare in terreno negativo. Milano ha chiuso in calo del 4,98 dopo aver viaggiato per tutta la giornata in terreno negativo. A pesare sono stati i dati sulla disoccupazione Usa, con la fiducia delle piccole e medie imprese scesa oltre le previsioni degli analisti, e le importazioni cinesi, che confermano il rallentamento.

Terapia sbagliata
I nodi stanno venendo al pettine. E di tratta di nodi che il governo Monti ha in qualche modo aggrovigliato invece di sciogliere. I più avveduti osservatori lo sostengono da tempo: né le politiche europee, né quelle italiane hanno veramente consolidato le fondamenta dell’economia dei Paesi di Eurolandia. Né tranquillizzato quanti sono preoccupati per la solvibilità degli Stati che hanno un debito pubblico cospicuo. Se restiamo all’Italia è facile capire che dopo quattro mesi di stangate e tagli drastici alle pensioni degli italiani, al di là dell’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013, nel carniere c’è davvero poco. Ogni provvedimento nuovo ha la sua tassa e ogni tassa riduce il potere d’acquisto dei redditi degli italiani. La spesa pubblica, invece, resta intatta, anche nella sua parte parassitaria e clientelare e, ieri come oggi, assorbe il 50 per cento del Pil italiano. I mercati tirano le somme di tutto questo e la speculazione riparte, con l’aggravante che adesso tutti noi siamo un po’ più poveri rispetto a quattro mesi fa, per aver fatto fronte alle tasse di Monti. E liberalizzazioni e semplificazioni? Pura acqua fresca. Ci si è limitati all’immagine.

Il rischio banche
La corsa degli istituti di credito italiani e spagnoli all’acquisto dei titoli di stato «preoccupa» e alimenta i timori «sul livello di rischio» che le banche si assumono. L’analisi del New York Times aiuta a capire, per sommi capi, quello che sta accadendo in Borsa in questi giorni. Sui mercati, e non solo, restano più domande che risposte, specie in presenza di una severa restrizione del credito a imprese e famiglie, il cosiddetto credit crunch, che persiste nonostante fra novembre e febbraio abbia prestato alle banche europee circa 1.000 miliardi di euro di fondi a tassi bassissimi. Per le italiane il “bottino” è stato di circa 130 miliardi che sono state fagocitate dalle casseforti degli istituti di credito. Nessuno, a livello di economia produttiva, si è accorto di questa iniezione di liquidità, mentre i titoli pubblici in capo alle banche italiane sono aumentate di 54 miliardi, con una plusvalenza che dall’8 dicembre ad aprile si stima sia stata dell’ordine del 13 er cento. Insomma del prestito della Banca centrale europea hanno finito per beneficiarne lo Stato, che ha potuto così collocare più agevolmente Bot e Btp, e le banche, che hanno potuto lucrare sulla differenza tra il tasso fatto pagare dalla Bce e la cedola dei titoli del debito pubblico italiano.

La mazzata dell’Imu
Con le famiglie che devono fare fronte a nuove tasse, al rincaro delle bollette, all’inflazione che rialza la testa, al calo dei servizi e al possibile taglio delle deduzioni fiscali in arrivo dal prossimo autunno, la nuova Imu rischia di essere veramente la goccia che potrebbe far traboccare il vaso in termini di pace sociale. Gli italiani sono furibondi e, a questo punto, non è più argomento da tecnici, è la politica che deve farsi carico della situazione. Ne è convinto il segretario del Pdl, Angelino Alfano, che ha annunciato l’intenzione del partito di dare corpo a un’offensiva per cambiare l’Imu. Così com’è rischia di non essere sopportabile. Pertanto, dice Alfano, chiederemo al governo Monti che da imposta annuale diventi imposta “una tantum” e che venga pagata a rate. Tutto qui? No, c’è anche dell’altro. Oltre all’Imu da cambiare, c’è la legge sul mercato del lavoro da modificare per i nuovi contratti e, in prospettiva, la messa a punto dei contenuti della delega fiscale attraverso cui deve neecessariamente passare il taglio delle tasse.