Tagli alla spesa? I ministri litigano e gli statali tremano

Si procede un po’ a naso, anzi ad orecchio, considerando che l’uomo della “spending review” è Piero Giarda, definito simpaticamente il “dumbo” del governo, già sul banco degli imputati prima ancora di mettere mano ai tagli della spesa pubblica. Nel week end non s’è parlato d’altro, a Palazzo Chigi, in un clima di confusione non proprio sobrio: il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera ha annunciato una stretta sulla spesa dei ministeri, ha lasciato intendere che lo sguardo del governo del rigore si rivolgerà sui “travet” e a parziale consolazione ha spiegato che in questo modo si potrà forse evitare la manovra correttiva. Quanto basta per sollevare le ire dei colleghi di governo, alcune palesi, altre meno. C’è chi, come il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, annuncia una sforbiciata del 10% del personale del Viminale, con l’accorpamento delle prefetture: una cura dimagrante che rischia di avere pesanti ripercussioni sul comparto della sicurezza. Altri ministri lanciano segnali di guerra, in attesa del consiglio dei ministri di venerdì prossimo, mandando avanti il solito Polillo, arrabbiato a nome di tanti anonimi dell’esecutivo. Il ministro dei Rapporti col Parlamento, in un’intervista, annuncia che le spese dei ministeri diminuiranno di 13 miliardi tra il 2012 e il 2013 passando da 352 a 339 miliardi  e conferma anche che il rapporto a cui sta lavorando sulla “spending review” sarà presentato al Consiglio dei ministri entro fine aprile. Però, sottolinea, “quando si tratterà di passare dai progetti ai fatti occorrerà una vera e propria task force». E si partirà dalla pubblica amministrazione, alla prima voce: stipendi del personale. Quello del Viminale, e non solo.

Tagli ma senza crescita

Nelle polemiche si inserisce il viceministro dell’Economia Vittorio Grilli, che in un’audizione nelle commissioni Bilancio di Camera e Senato spiega che gli interventi di riduzione della spesa, attraverso la “spending review”, hanno bisogno di «analisi e condivisioni» che saranno commisurabili agli interventi di riduzione del fisco o per aiutare l’economica. «La sfida – spiega Grilli – non è quella di tagliare la spesa pubblica perché d’impatto l’economia va meglio, è noto che se tagliamo la spesa pubblica l’impatto è negativo». Quindi, non facciamoci troppe illusioni neanche su questo fronte, sottolinea Grilli: per la crescita ci vuole ben altro. «Non dobbiamo illuderci perchè l’impatto di qualsiasi taglio strutturale alla spesa pubblica come quello che arriverà con la spending review, non facilita la crescita». In ogni caso, si rivolge alle forze politiche, per decidere importanti tagli alla spesa pubblica occorre “condivisione politica con il Parlamento”. Come a dire: l’impopolarità delle misure va condivisa con i partiti. Poi arriva la categoria smentita su una possibile manovra aggiuntiva: «La nostra correzione c’è ed è sufficiente. E nessuno, tantomeno il Fmi, ce la chiede».

I veleni nel governo
Sulla spending review per sforbiciare la spesa pubblica «il ministro Giarda si lamenta, ma sta operando con un gruppo di esperti che non è molto collegato con il ministero» dell’Economia, «non ci ha coinvolti. Io mi preoccupo di problemi di bilancio, ma non mi ha mai chiamato». Il sottosegretario Gianfranco Polillo, ieri, in un’intervista, ha confermato velatamente una spaccatura in atto nel governo. Nell’esecutivo, a detta del sottosegretario, la volontà di tagliare è «al 50%. Il presidente Monti vuole una razionalizzazione della spesa. Si può arrivare a risparmiare 20-25 miliardi», è la stima. Il ministro della funzione pubblica e la semplificazione, Filippo Patroni Griffi, invece, spiega che sulla “spending review” da parte degli altri ministeri non ci sono resistenze. «Direi che stiamo progressivamente andando al concreto, quindi è evidente che si discuta sui singoli aspetti e sulle singole misure», dice. «Io credo che il punto sulla situazione lo faremo a breve, non siamo ancora pronti per farlo ora», spiega a margine del convegno dedicato al ddl anticorruzione. E i tagli al pubblico impiego? «Continuo a pensare che per rendere strutturale la riduzione della spesa pubblica ed evitare quindi tagli a casaccio, tagli lineari, sia importante incidere sulla struttura amministrativa, sulla riorganizzazione, in modo che poi si possano avere servizi pubblici erogati in maniera funzionale ed economica. Il che non significa massicci licenziamenti», ha aggiunto. Non massicci, ma licenziamenti sì.

Critiche dalla Corte dei Conti

«La spending review è fondamentale, ormai non si può più continuare con degli interventi sulle entrate e sul loro aumento. La pressione fiscale è ai suoi limiti massimi e incide negativamente sulla stessa crescita. Quello che invece bisogna aggredire è la spesa, non solo nei suoi aspetti patologici quali sono gli sperperi». Anche il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, a margine di un convegno sul decreto legislativo anticorruzione, è entrato a gamba tesa sulle politiche economiche del governo: «La somma di entrate e di spese pubbliche supererà nell’intero periodo il 90% del Pil: un drenaggio di risorse incompatibili con un efficace politica di rilancio dell’economia», ha spiegato ancora Giampaolino, in una audizione alla Camera. Prendendo a riferimento il 2013, l’effetto recessivo indotto dagli interventi correttivi «dissolverebbe circa la metà dei 75 miliardi di correzione netta attribuiti alla manovra di riequilibrio» aggiunge Giampaolino. «Il profilo piatto della crescita economica si traduce, anche nel periodo di riferimento del Def, in una incidenza soverchiante del bilancio pubblico sull’economia». «È un problema che investe tutti i protagonisti economici e sociali, come quella che è chiamata la politica o i sindacati», ha spiegato Giampaolino, che ha aggiunto: «Bisogna spendere in maniera oculata e bene perchè sono appunto soldi sottratti in maniera rilevantissima ai privati, a quelli che producono».

Il Brunetta furioso
L’Europa è sempre più virtuosa ma anche «sempre più sull’orlo del baratro. Evidentemente le politiche economiche rigorose, restrittive e di riforma non bastano, non bastano più». Così l’ex ministro e deputato del Pdl Renato Brunetta, durante l’audizione del vice ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, alla Camera, annunciato che se il Def rimane così non lo voterà. Brunetta chiede un approccio “olistico” al problema. «Forse – spiega – servirebbe un approccio di comprensione macro di quello che sta succedendo. Ormai è opinione comune che la politica economica dell’Unione europea, voluta dalla signora Merkel, sia fallimentare. Senza gli Eurobond e senza la Banca centrale europea come compratore e garante di ultima istanza dei titoli del debito sovrano europei non si va da nessuna parte. Non vorrei che noi approvassimo questo Def e la ratifica del Fiscal Compact coi paraocchi e senza guardare a cosa sta succedendo in Europa. Io un testo così non lo voterò – ha concluso Brunetta – se non sarà accompagnato da un impegno da parte del governo di andare alle cause strutturali della crisi finanziaria che ha colpito l’Europa e che ha colpito il nostro Paese».