Risorge il 25 aprile partigiano. La festa è solo loro

Non si vedeva la falce e martello dai tempi di Armando Cossutta e dei grondanti appelli alla rifondazione del comunismo (nemmeno in salsa italiana ma in chiave sovietica) nel nome di un passato che non passa. Ci ha pensato la sempreverde Associazione nazionale partigiani d’Italia, quest’anno motore esclusivo delle celebrazioni del 25 aprile a rispolverare per le vie delle capitale, simboli e iconografie comuniste come vessilli della Liberazione. Festa di parte, festa dell’orgoglio antifascista, festa scippata all’intera comunità nazionale di fatto esclusa dai rituali autoreferenziali degli ex combattenti.
Dopo 67 anni da quella pagina di storia che segnò la fine della guerra ma anche l’inizio di una stagione di ferite e lacerazioni, quella che sarebbe dovuta essere negli auspici di molti (a partire da Giorgio Napolitano) la festa di tutti gli italiani diventa un party privato. La regia dell’Anpi, in collaborazione con i centri sociali più vigili nello stanare pericolosi rigurgiti fascisti, ha stilato la lista di chi è degno di ricordare e può affacciarsi senza essere preso a calci e di chi non ha i titoli per esserci. perché non è abbastanza nostalgico della guerra civile e della stagione dell’odio culminata negli anni di piombo. Parola d’ordine: antifascismo militante senza se e senza ma.
Bandiere rosse, striscioni partigiani, il gonfalone della Brigata Garibaldi e del comitato regionale dell’Ampi in prima fila, le consuete note di “Bella Ciao” mescolate a vecchi slogan anni ‘70 ritmati al grido di “camerata al cimitero”: così si è presentato ieri l’esiguo corteo della Liberazione all’insegna della divisione. Pochi e arrabbiati pronti a imbracciare il fucile contro chi non c’è più. Se il nemico è scomparso lo si inventa a costo di trasformare in farsa un anniversario storico e una trincea che ha segnato per sempre la storia italiana ed europea.
E allora tutti ad agitare cartelli con su scritto “Senza Gianni e Renata è più bella la giornata” e democratici slogan del tipo “Alemanno e Polverini pezzi di merda”. Confermate senza eccezioni tutte le preoccupazioni della vigilia, già preceduta dalle polemiche sul mancato invito da parte dell’Anpi al sindaco di Roma e alla governatrice del Lazio, poi invitata in extremis. A nulla è valso l’appello del capo dello Stato a fare del 25 aprile la festa di tutti gli italiani, evitando discriminazioni e assurde patenti di superiorità che in passato hanno portato alla macabra conta dei morti dell’una e dell’altra parte e a sentimenti postumi di vendetta. I giullari anti-casta alla Beppe Grillo hanno invitato (metaforicamente?) a imbracciare le mitraglie dei combattenti, quelli dela “parte giusta”.
I pochi e nostalgici partecipanti alla manifestazione partita dall’Arco di Travertino per concludersi a Porta San Paolo, hanno confermato con gesti plateali la pretesa di non avere al loro fianco le autorità di non provata fede partigiana. A costo di dare vita a patetici battibecchi con gli organizzatori. Quando la presenza della Polverini era in dubbio si è scatenata la baruffa che non si è conclusa nemmeno dopo la comunicazione della governatrice che non avrebbe partecipato «per motivi istituzionali». «Polverini non viene, dobbiamo fare un comunicato per ringraziarla». «Macché comunicato per ringraziarla! Siete pazzi?». «No, è che… ci ha telefonato apposta»: è il singolare dietro le quinte rubato dalle telecamere che ci consegna un dialogo esilarante tra un esponente dei centri sociali e un anziano ex combattente. «Non viene più, ma chiede che ringraziamo con un comunicato scritto», dice il primo; «No, perché se se ne è andata per motivi istituzionali…», obietta l’altro. «Ma ce lo chiede lei, ce lo chiede». «Chiede di essere ringraziata?», sbotta stupito il partigiano che conclude sconsolato: «Fate quel che volete». E l’altro: «Noi le avevamo detto che, se si sentiva antifascista, poteva tranquillamente venire…. Ha da fare? Va benissimo, non ci sono problemi». Alemanno non è andato per evitare problemi e strumentalizzazioni: anche lui non era nella lista degli ospiti graditi al party. «Non c’è stato l’invito nei confronti del Comune di Roma. Io ne ho preso atto, perché è meglio evitare situazioni di tensione che non giovano alla festa e alla manifestazione», ha detto dopo aver deposto al Verano una corona di alloro al monumento che ricorda i caduti romani nei campi nazisti.
Nel resto d’Italia il copione è lo stesso: slogan, insulti, contestazioni alle autorità che non sono della comitiva. Per non parlare dei fischi a Sanremo durante la deposizione di una corona di alloro ai caduti di Nassirya. È naufragata dietro le bandiere di parte qualsiasi possibilità, auspicata trasversalmente negli ultimi anni, di fare di questa data il simbolo della riconciliazione e dell’unità attraverso una memoria condivisa nel rispetto delle testimonianze di ciascuno dei protagonisti. Ha un bel dire il distratto Mario Monti nel volere prendere dalla festa della Liberazione la linfa italiana per rispondere alla crisi.
Quella di ieri è stata la stanca sfilata delle frange residuali e anacronistiche di una parte della sinistra che si è messa al timone dell’operazione nostalgia. A rompere lo schema destra contro sinistra, cattivi contro buoni, morti di serie a e di serie, ci ha provato per primo Luciano Violante quando, durante il discorso di insediamento alla presidenza della Camera,  strappò con la sua tradizione politica invitando al rispetto del sangue dei vinti, degli italiani che scelsero la Repubblica di Salò. Ma i cortei di ieri dimostrano che il 25 aprile non è patrimonio della nazione ma solo degli sbandieratori rossi.
Da Milano a Cagliari è una cronaca di contestazioni annunciate, di tensioni e addirittura scontri con le forze dell’ordine. Nella democratica e pluralista Milano il sindaco Giuliano Pisapia ha dovuto vestire i panni del pompiere chiedendo ai partecipanti al corteo di resistere alla tentazione di contestare il presidente della Provincia Guodo Podestà, «le contestazioni non servono a nulla, ma bisogna guardare avanti».