Per una Diaz così era meglio Dario Argento

Premesso che siamo convinti tutti, da destra e da sinistra – chi più, chi meno – che la sera del 21 luglio 2001, a Genova, nella scuola Diaz fu effettuato un blitz inutile e violento, nel corso del quale furono commessi degli abusi (così come nei giorni seguenti nella caserma Bolzaneto); premesso ciò, il problema è come riuscire a sostenere che il film di Daniele Vicari è scadente e un po’ becero, senza essere tacciati di fascismo o berlusconismo di ritorno, evitando giustificazionismi nel segno del binomio “ordine e legalità” o letture di parte con la chiave della congiura politica dei compagni contro il governo amico. Perché non è questo il punto: il punto non è politico, è solo cinematografico, purtroppo.
Il tratto caratterizzante della pellicola sul G8 di Genova (che peraltro evita un po’ ipocritamente di trattare la morte di Carlo Giuliani) è la macelleria aperta quella notte dalle forze dell’ordine nella scuola dove si erano rifiugiati a dormire i manifestanti, un blitz improvviso scattato col pretesto che in quel luogo si erano rifugiati i black bloc autori delle devastazioni in città. Il film è la cronaca romanzata di un pestaggio, un documentario sull’uso circense del  manganello, alla ricerca scientifica del dettaglio ematico, del particolare osseo, del dolore fisico fine a se stesso, quello che indigna e non fa riflettere: ecco perché il film è la fotografia di un abuso di potere, e poco di più. Troppo poco. Daniele Vicari ha scelto una scorciatoia: ha rinunciato a descrivere il contesto politico e sociale di quell’evento, ad analizzare le cause di quell’esplosione di violenza, prima bilaterale e poi unilaterale, a fornire un’interpretazione meno banale di quanto raccontato dagli atti giudiziari, che si limitano all’identificazione dei colpevoli materiali ma poco o nulla dicono sui mandati politici e sociali di quella “bomba” genovese, da entrambi i fronti, la destra di governo e la sinistra di piazza. Vicari si limita a descrivere l’abuso di violenza macchiandosi della stessa colpa dei poliziotti: l’abuso di violenza.
Una scontata scorciatoia splatter
L’eccesso di scene truculente, trasformano un film attesissimo da tutti come risposta ai mille interrogativi subliminari di quell’assurda nottata “italiana”, in un trash-horror alla Quentin Tarantino, con improbabili figure “cattiviste” alla commissario Lo Gatto di Lino Banfi e altrettanto improbabili poliziotti buonisti – in realtà uno solo! – in versione Ezio Greggio stralunato e fessacchiotto nella parodia del “Silenzio degli innocenti” (Claudio Santamaria): uno che esiste solo per testimonare la presenza degli altri, i cattivi, non per affermare l’esistenza di altri esseri “umani” in divisa, nascosti, occultati, spariti nel nulla, un po’ come i black bloc.
Quanto basta per lasciare gli spettatori disgustati senza fornirgli la spiegazione del perché: un elemento, uno spunto, se non quello psichiatrico dall’impazzimento improvviso di gente abitualmente normale, di quei poliziotti “tamarri” o “burini”, i nostri cugini e fratelli. Quella violenza sospesa nell’aria a un refolo di follia, finisce solo per instillare un odio nei confronti delle forze dell’ordine, giustificato dalle interminabili sequenze di botte a senso unico, che manco Apollo Creed nei primi dieci round contro Rocky avrebbe retto in chilometri di pellicola. Un’operazione di vendetta cinematografica tutto sommato riuscita, quella della “Diaz”, ma a caro prezzo: mostrare tutto, e anche di più, senza dar corpo al “non detto”, la zona grigia in cui tesse la sua tela chi fa un cinema impegnato e non solo documentarismo. La novità è il suono della violenza elevato a voce narrante: un peccato veniale, se si possiede il tocco vellutato da grande regista, un imperdonabile infortunio se il talento non è brillante o al momento poco visibile.  In Salvate il soldato Ryan, un film del 1998 diretto da Steven Spielberg sul D-Day, sono passati alla storia del cinema i primi 24 minuti del film, che dipingono in maniera eccezionalmente realistica lo sbarco dei soldati ad Omaha Beach. Violenza pura, tanti morti, ben altro rispetto ai nasi fratturati e ai bitorzoli della Diaz. Ma quello era Spielberg.
Sequenze da “Fuga di Mezzanotte”
L’abuso di violenza, nel film Diaz, assume a tratti anche i contorni un po’ grotteschi della citazione illustre. Quando si vede una manifestante finire nella stanza di un medico brutale e rattuso, ad assistere alla scena c’è una donna poliziotto sadica e spietata. Guarda caso la donna umiliata è tedesca: sarà per questo che balza alla mente Schindler’s list, con la metafora delle torture naziste di donne su donne. Che dire poi di quella telecamera che indugia sul canestro della palestra dove la polizia ha effettuato il pestaggio? Anche qui, sarà un caso, ma quella scena sembrava evocare la palestra dove furono massacrati i bambini di Beslan dai terroristi ceceni. Un’altra forzatura che evoca scabrose citazioni è quella finale, quando dietro alla rete di recinzione di un carcere la manifestante tedesca cammina incolonnata come una deportata e sale su un autobus, sotto lo sguardo della mamma, con una cicatrice che sembra cucita da uno speziale di tribù mesopotamiche. Scene da lager moderni paragonabili a quelle di Fuga di mezzanotte, col povero Brad Davis impazzito a causa delle torture e che – diviso da una rete – si masturba davanti alla fidanzata che lo va a trovare nel carcere turco. Ma perfino lui da quella recinzione riuscirà a scappare. Della ragazza suturata come una braciola, invece, il fim non ci dice più nulla.