Per gli inglesi (chiunque governi) l’Italia fa schifo

Quando c’era il Cav la stampa economica anglosassone diceva che l’Italia avrebbe affossato l’euro, che non c’erano garanzie per gli investimenti e che tutto andava male. Quindi, se fosse cambiata leadership e fosse arrivato – chessò – un tizio che ha sempre lavorato per le centrali finanziarie o che ha studiato presso di loro o che ha i figli che lavorano per loro, tutto sarebbe andato meglio. In verità quando prima di Berlusconi c’era Prodi, dicevano che il suo governo era pasticciato e ricattato dai comunisti e che sarebbe stato meglio che governasse un imprenditore, tipo Berlusconi. Prima ancora, quando Berlusconi c’era, volevano che se ne andasse e avevano salutato con gioia l’arrivo di Lambertow Dini – che consideravano uno dei loro – con tutto ciò che ne seguì in privatizzazioni e incontri su yacht inglesi. Oggi, dopo meno di sei mesi, scaricano SuperMario colpevole anche lui di non essere all’altezza delle loro aspettative. Certo è che la tradizione di dare le pagelle (sempre insufficienti) all’Italia è antica e non sufficientemente giustificata. Se la nostra stampa facesse altrettanto con i governi inglesi o americani loro, semplicemente, ci ignorerebbero. Nell’italietta degli sciuscià invece conta più il buffetto della City che il voto popolare. C’è un motivo. Non esiste più una scuola economica italiana e si vive da decenni in un’assoluta sudditanza “inglisc” come anche nel campo delle scienze politiche e sociali. Questa sudditanza accademica è anche tecnica e quindi professionale e quindi, in ultima analisi, risulta in una sudditanza reale nei confronti dei poteri economici angloamericani. Senza indipendenza culturale non c’è indipendenza politica. E oggi questo è quanto mai palese.