Nuovi poveri alla riscossa, hanno già il loro Manifesto…

Rassegnarsi alla recessione? Piegarsi alla dittatura dell’austerity? Accettare come oro colato i dettami delle politiche liberiste? C’è chi dice no. E a farlo non sono solo le minoranze di contestatori che prendono a modello Occupy Wall Street. C’è un polo intellettuale che si sente in dovere di creare nuovi paradigmi utili a capire la crisi e la partita che dentro il contesto della crisi si sta giocando. Prendiamo l’ultimo libro intervista del sociologo Luciano Gallino (intervista a cura di Paola Borgna, per i tipi di Laterza) di cui tanto si discute in questi giorni. Il titolo è di quelli che attirano: La lotta di classe dopo la lotta di classe. La tesi è avvincente: la lotta di classe è tornata, ma alla rovescia. Non sono più i proletari ad unirsi contro i padroni, ma è la classe dominante globale (i ricchi, i banchieri, gli imprenditori, le élite, i manager) che cerca la rivincita contro i perdenti (cioè tutti noi) con un unica finalità, lo smantellamento di quello stato sociale il cui presupposto era la redistribuzione della ricchezza. Gallino contesta anche la validità delle politiche economiche liberiste: non creano più occupazione ma fanno aumentare l’esercito dei senzalavoro. Disarticolando le vecchie classi, la classe dominante globale lavora per aumentare il divario tra cittadini e politica. La sfiducia generalizzata che si accompagna alla crisi determina la fine dei conflitti, lo scollamento tra individui e partiti, il ripiegamento della politica lasciando campo libero all’avanzata dei tecnici. Eppure chi si oppone alle ricette neoliberiste (flessibilità, compressione dei salari, tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, ridimensionamento dei sindacati) viene giudicato come un gretto conservatore. Perché? La risposta che proviene dall’analisi di Gallino è interessante: «La fine delle ideologie – afferma in un’intervista a Micromega – è una delle più robuste e articolate ideologie in circolazione. È servita ad assicurare il dominio delle politiche economiche neoliberali e anche la legittimazione di quelle politiche sul piano culturale e ideale». Parlare di fine delle ideologie nasconde dunque un’altra ideologia, basata su slogan ormai di dominio pubblico che consacrano il mercato come superiore ente regolatore della vita degli individui e dei popoli.
Parlare di lotta di classe rispetto a queste dinamiche può certo suonare come un ritorno all’antico: se le classi (e ormai anche i partiti) non sono più in grado di orientare gli interessi dei singoli, allora un risveglio rispetto al pensiero unico deve passare attraverso nuove forme di consapevolezza. In pratica, il ritorno delle ideologie (o meglio delle visioni del mondo) sarebbe cosa auspicabile e utile. Ritorno che, attenzione, nulla ha a che fare con le vecchie categorie novecentesche ma c’entra molto, invece, con la fiducia nelle dinamiche dei mercati. Fiducia assoluta, moderata, o solo a certe condizioni? Viene in mente, in proposito, una vecchia vignetta di Altan, dove il personaggio dice: «Nella mia vita avrò visto milione di volte la borsa scendere e risalire. Posso dire di non avere vissuto invano». Una riflessione opportuna: davvero la qualità del nostro vivere deve uniformarsi agli indici di borsa? E davvero chi non la pensa così dev’essere per forza bollato come passatista, conservatore, immobilista? La lotta di classe alla rovescia di cui parla Gallino impone questo schema ma gli schemi non sono eterni e, soprattutto, non sono esenti da critica.
Altro discorso riguarda in che modo la nuova egemonia può e deve essere criticata. Limitandosi a ritocchi e aggiustamenti o opponendo alla “classe dominante globale” un’altra visione? A questo proposito un altro libro, scritto dallo storico Piero Bevilacqua, Elogio della radicalità (ancora di Laterza), suggerisce di recuperare la profondità del pensiero radicale, capace cioè di guardare sotto la superficie, oltre le apparenze. Non si tratta di deragliare verso l’estremismo (gli estremisti semmai sono coloro che affermano che non ci sono alternative al sistema attuale) ma di aprire la strada a un diverso rapporto degli uomini tra loro: solidarietà al posto di competitività estrema, qualità e non solo quantità dei beni fruibili, benessere per tutti e non solo per chi ha saputo salire i gradini più in fretta e con più spregiudicatezza. Una lotta sì, ma non di classe. Chiamiamola, semmai, lotta per la civiltà e per la sua sopravvivenza.