L’Italia di Monti non perdona, le banche neppure

Soldi non ce ne sono, l’importante è che ci sia la salute. E se manca anche questa, arrangiatevi. La filosofia montiana segue regole ferree: dopo la benzina, la casa, gli affitti e le bollette, aumenterà il prezzo del pane e della pasta, segnale inequivocabile di impoverimento. È questa la sorpresa (negativa) uscita dall’uovo di Pasqua: nessuno s’illuda, tra poche settimane anche la pagnotta costerà di più, non importa se è casareccia. Ergo, se Berlusconi pensava che per far ripartire lo sviluppo occorresse aprire i negozi (panetterie comprese) sette giorni su sette, ora non è più così. Con l’Italia di Super Mario cambia tutto, sugli scaffali qualsiasi prodotto costa un occhio della testa, quindi basta e avanza fare la spesa nei giorni feriali, la domenica è meglio guardare la tv. A Monti tutto questo va bene, fa l’ottimista in giro per il mondo e definisce gli italiani «maturi» perché il consenso per il governo è calato ma «molto gradualmente e in misura modesta». Con tutte le stangate che hanno avuto, si aspettava il tracollo. Quindi si va avanti, magari tassando pure i ravioli, piatto troppo raffinato in una stagione di austerity.

Pagano le famiglie
Finora il presidente del Consiglio ha fatto poco in termini di svolta e molto in termini di stangate. Ma, fino a quando? Il Paese non ce la fa più: è esausto. Tutto concorre a far tirare le cinghia al “bue buono”, mentre quello cattivo, che quando si è trattato di mettere il collo sotto il giogo dell’aratro ha sempre scartato di lato, continua a non essere chiamato a fare fronte alle proprie responsabilità ed evade allegramente. Poi c’è la disoccupazione che avanza (tra il 2008 e l 2011 un milione di posti in meno per restare agli under 35) e che riduce il monte salari dando il colpo di grazia ai consumi e impoverendo le famiglie, tartassate da bollette, spese per la gestione della casa, caro scuola, genitori che non lavorano o sono precari. Aspetto della questione, quest’ultimo, che  è sicuramente uno dei più allarmanti, perché con la famiglia che va in crisi va in crisi anche un modello di ammortizzatore sociale che in questi anni ha consentito alla nostra società di andare avanti, con figli disoccupati a carico dei genitori e anziani che hanno usufruito del supporto dei più giovani. Così, di volta in volta, si è fatto fronte a servizi sociali insufficienti, mancanza di lavoro, pensioni troppo basse per consentire una vita libera e dignitosa.

Bersagliati dalle banche
In questo tiro al piccione le banche stanno giocando in proprio facendo pagare le loro difficoltà interne ai cittadini. Lasciamo da parte il fatto che dopo aver riscosso 136 miliardi di finanziamenti Bce a tasso agevolato li abbiano fatti scomparire nelle pieghe dei loro bilanci, mentre piccole imprese e cittadini continuano a lanciare l’allarme credito. Sul tavolo ci sono anche i servizi che gli istituti di credito forniscono ai cittadini e che costano sempre di più, mentre gli interessi sui conti correnti si sono via via azzerati. Le associazioni dei consumatori fanno qualche conto e denunciano anche un altro aspetto della questione: guai a chi va in rosso con il proprio conto corrente. Un esempio? Una spesa di 40 euro per uno sforamento di 151 euro in due giorni sul proprio conto corrente. Eppure le commissioni  sullo scoperto sono state abrogate nel 2009 e non dovrebbero costare nulla. Invece le banche  fanno pagare una serie di commissioni bancarie  e di spese a chi va sotto, anche in violazione del recente decreto “Salva Italia”. Quest’ultimo, infatti, ha stabilito che in caso di “rosso” le banche possono applicare solo una piccola commissione «di istruttoria veloce, determinata in misura fissa». Niente di tutto questo. E parimenti ignorata è la norma prevista dal decreto secondo cui il Cicr (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio)  può esentare i clienti che sforano per piccole somme e per pochi giorni. Altroconsumo, ascoltata in commissione Industria al Senato nell’ambito delle audizioni per il decreto che reintroduce le commissioni bancarie, fa il caso della Bpm (Banca popolare di Milano) che ha inviato ai  titolari di conto Leonardo (dedicato ai pensionati) la comunicazione con l’introduzione  di una commissione di 40 euro applicata a ogni scoperto superiore a 150 euro e che duri più di un giorno. Un salasso di quasi un terzo dell’importo.

Pasqua in tono minore
Crolla l’acquisto di uova e colombe, ma non solo. Se su questo fronte, infatti, si deve riscontrare un calo dei consumi del 10 per cento, su quello vacanziero la situazione non è andata davvero meglio: otto italiani su dieci hanno trascorso la Pasqua a casa propria o da parenti e amici con una spesa complessiva di 1,2 miliardi di euro, il 7 per cento in meno rispetto all’anno scorso. In calo anche le persone che domenica hanno scelto il ristorante per il pranzo pasquale. Solo gli agriturismi, con un più 3 per cento, hanno visto aumentare le presenze. La necessità di risparmiare, poi, ha aguzzato l’ingegno. In quattro famiglie su dieci i dolci sono stati prodotti tra le pareti domestiche, mentre il 61 per cento ha passato lunghe ore nei supermercati a confrontare i prezzi e il 59 per cento ha comprato solo offerte. Dalle statistiche del giorno dopo emerge che a mettere paura è stato soprattutto il caro benzina, che ha scoraggiato gli spostamenti in macchina.

Alimentari col turbo
Da gennaio a marzo i generi di prima necessità, come pasta, pane, riso e cereali da colazione hanno segnato rincari del 4 per cento a cui, secondo Unioncamere, nei prossimi mesi se ne aggiungeranno altri del 5 per cento circa. «Sono dati che disegnano un quadro di grande incertezza per quanto attiene ai bilanci della famiglie», dice il presidente Ferruccio Dardanello. Quindi alcune cifre: negli ultimi 12 mesi la carne bovina ha segnato aumenti di prezzo dell’8 per cento, il caffè e lo zucchero dell’8 per cento, la passata di pomodoro del 9, latte e mozzarella dl 4, le uova del 5, mentre per pasta, riso e cereali per la colazione sono state richieste adeguamenti dei listini alla produzione del 5 per cento. E il pane? In questo caso – segnala la Confagricoltura – il discorso è davvero particolare: è salito tra il 3 e il 4 per cento nonostante il prezzo del grano tenero sia sceso del 25 per cento. Pesano in modo particolare l’aumento delle imposte indirette, Iva e accise sui carburanti e i rincari del petrolio, le cui quotazioni in euro sono giunte a nuovi massimi storici. Carburanti, energia elettrica e gas naturale, in particolare, sono responsabili di oltre un punto di maggiore inflazione al consumo. Forti tensioni anche sulle tariffe locali, ormai avviate verso un aumento del 10 per cento. Negli ultimi 12 mesi i pedaggi autostradali  hanno segnato rincari del 5 per cento, l’acqua potabile del 6 e i trasporti urbani del 10. Annunci che in un contesto di inflazione elevata e di recessione economica forte, mettono ancora più in sofferenza il reddito disponibile reale trascinando al ribasso i consumi delle famiglie.