Lavoro, ritorno di fiamma Pdl-industriali

Le ostilità le apre, in mattinata, il presidente uscente di Confindustria Emma Marcegaglia, con una serie di bordate affidate al Corriere della Sera: uno scientifico smantellamento della riforma “bonsai” partorita dal governo Monti, con un sostanziale allineamento al partito dei “delusi”, capeggiato dal Pdl e da tutti (pochi) i riformisti del Terzo polo e del Pd che non si aspettavano una genuflessione all’asse Bersani-Camusso. In Parlamento il testo «va cambiato profondamente e se ciò avverrà il nostro giudizio potrà mutare, altrimenti il rischio è che, per vent’anni, ci teniamo una cattiva riforma». E, ammonisce la Marcegaglia, sarebbe grave se il premier Monti ponesse la fiducia sulla riforma del lavoro.
Il punto centrale delle critiche, che uniscono il Popolo della libertà agli industriali, articolo 18 a parte, è quello della flessibilità in entrata: «Il rischio è che le imprese, spaventate dai nuovi vincoli, non ricorrano più nemmeno ai contratti flessibili», dichiara l’imprenditrice, che mette in guardia sul possibile aumento del lavoro nero. Quanto al nuovo articolo 18, «si apre un problema di interpretazione del giudice, si torna all’incertezza», prosegue Marcegaglia.

L’affondo di Gasparri
«Il conformismo dilagante oscura le critiche della stampa internazionale. Ne prendiamo atto rilevando che nel passato non era così. Meglio questo rigurgito di patriottismo cartaceo di un giornalismo dimezzato, non da oggi, così la censura protegge il governo in un momento di defaillance», è l’attacco, di carattere generale, che arriva dal presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, che a parte le analisi sui media, va nel merito della riforma: «Fin dall’inizio abbiamo dato priorità alla tutela della flessibilità in entrata per evitare che si crei disoccupazione.
Le guerre e le fughe sull’articolo diciotto le lasciamo tutte al governo che le combatte e le perde». «Noi – prosegue Gasparri – ascolteremo nei prossimi giorni categorie, imprese e sindacati e proporremo modifiche mirate e utili sulla flessibilità in entrata per evitare i licenziamenti di massa che il governo rischia di causare». Gasparri invita poi l’esecutivo ad approfondire le regole del Parlamento. «Non ha senso la fiducia su un disegno di legge di decine di articoli perchè non c’è un voto unico sul complesso del provvedimento. Ci vorrebbero decine di voti di fiducia, cosa ovviamente impossibile. È sui decreti che con un unico voto di fiducia si ottiene l’approvazione dell’articolo unico di conversione in legge del provvedimento. Pare incredibile che si debba spiegare l’“abc” a dotti membri del governo. Ma succede anche questo».

La flessibilità frenata?

I “paletti” sulla flessibilità in entrata, da correggere in Parlamento, erano state messe nere su bianco qualche giorno fa in un documento in sette punti che chiedeva di rivedere proprio quel capitolo. Al primo posto, la questione del rischio degli effetti retroattivi delle nuove norme e dei conseguenti contenziosi “devastanti”. Al secondo punto, le partite Iva con l’obiettivo di mettere “in sicurezza” quelle “buone”, escludendo dai nuovi paletti i “rapporti di consulenza che richiedano un apporto di competenza professionale specifica nella fase operativa”. Il terzo capitolo riguarda l’apprendistato: “Costringere – si legge nel documento – le imprese ad assumere almeno il 50% degli apprendisti costituirà nei fatti una forte limitazione nell’uso dell’istituto”. Il Pdl poi punta a sopprimere “l’obbligo delle comunicazioni preventive previste almeno nel caso di part time” e torna a spiegare di “non condividere la logica di far costare di più il contratto a termine”. Dubbi infine sulla cancellazione di alcune misure della Legge Biagi e “sull’inclusione dei periodi di lavoro in regime di somministrazione a termine nei limiti complessivi ammessi per il lavoro a termine” .

«Noi con Confindustria»
La conferma di una ritrovata sintonia tra il centrodestra e il mondo produttivo viene anche dalle riflessioni del capogruppo alla Camera del Pdl, Fabrizio Cicchitto: «L’iniziativa della modifica dell’articolo 18 è stata in primo luogo del governo, di Monti e della Fornero e noi l’abbiamo accettata. Successivamente, Monti ha pensato bene di fare un passo indietro per mediare con Bersani e la Cgil. Ne prendiamo atto. A questo punto, le nostre preoccupazioni sono identiche a quelle della Confindustria e di Rete Italia; in sostanza di quel mondo imprenditoriale, del lavoro autonomo che finora ha tenuto in piedi l’economia italiana e che è la carta decisiva per la crescita».

Il duo Bersani e Casini
Sul ddl che riforma il mercato del lavoro «serve un dibattito rapido ma serio, che faccia emergere gli elementi da rafforzare sia dal lato delle esigenze poste dalle imprese che da quello riguardante i precari. Ma questo dovrà avvenire nel solco dell’equilibrio trovato», dice il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, rimesso in vita (politica) dalla Fornero. Cauto anche Casini, che non ha nessuna voglia di appiattirsi sulle posizioni del Pd ma neanche di rompere troppo le scatole a Monti: «Il Parlamento potrà intervenire con piccoli elementi migliorativi, come sulla flessibilità in entrata che per me è molto importante e dove forse qualcosa in più si può fare», ha detto ieri il leader dell’Udc. «Se sarà possibile il sì in un ramo del Parlamento prima delle amministrative o dopo cambia poco, l’importante che entro l’estate la riforma sia legge dello Stato – ha spiegato Casini –. Il Parlamento non è un passacarte, deve valutare, ma un accordo politico di base è un sostegno forte per il governo».