L’altro 25 aprile unisce in nome dei diritti

C’è stato un altro 25 aprile, ieri, a Roma. A differenza di quello “ufficiale” ha davvero unito settori della società e anime diverse della politica. Marco Pannella lo ha legato al «ricordo dell’antifascismo», ma è stata forse solo l’ennesima provocazione del vecchio leone, come provocatorio era apparso lo slogan della vigilia: «Una marcia per la liberazione».
La liberazione evocata qui, però, non è quella del 1945, ma quella attualissima dall’«illegalità di Stato» che si registra nelle condizioni delle carceri. L’altro 25 aprile s’è celebrato con un corteo «per l’amnistia, la giustizia e la libertà», per chiedere «al Parlamento un impegno concreto e solerte, adeguato ad affrontare le drammatiche condizioni in cui versano le carceri e la giustizia». La manifestazione è stata promossa dal Partito Radicale e da Rita Levi Montalcini, con Rudra Bianzino, Ilaria Cucchi, Lucia Uva, che hanno avuto tutti parenti morti dopo essere stati arrestati. All’iniziativa hanno aderito centinaia di associazioni e singole personalità del mondo della politica e della cultura. Alla fine, in corteo dal carcere di Regina Coeli a piazza San Silvestro, hanno sfilato in migliaia. «Molti più del previsto», ha spiegato il segretario dei Radicali, Mario Staderini.
A questo 25 aprile non ci sono stati veti. Nessuno ha stilato la lista di chi potesse o non dovesse partecipare. C’erano un po’ tutti, in uno schieramento che altrimenti sarebbe stato difficile vedere: dal deputato del Pd Sandro Gozi ad Alfonso Papa, il deputato del Pdl finito in carcere qualche mese fa; da Flavia Perina di Fli a Francesco Nitto Palma del Pdl, che da Guardasigilli aprì alla possibilità di depenalizzare i reati minori e di prevedere misure alternative al carcere, che erano fra le richieste di ieri. E, ancora, fra le adesioni si sono registrate quelle di Margherita Boniver, Stefania Prestigiacomo e Osvaldo Napoli per il Pdl, di Pierluigi Castagnetti, Ignazio Marino, Ugo Sposetti per il Pd e del socialista Bobo Craxi. C’erano anche Adriano Sofri e Francesca Mambro. Non solo partiti, ma anche storie e posizioni diverse. Non tutti in piazza erano per l’amnistia sic et simpliciter, in molti hanno sottolineato che semmai può essere un aspetto della soluzione che, però, passa necessariamente per interventi strutturali. Lo stesso Nitto Palma, a suo tempo, espresse perplessità sul provvedimento di clemenza, eppure ieri c’era a dire che così non si può andare avanti. In piazza, insomma, ci si è ritrovati in nome dei diritti e della necessità di un sistema-giustizia più moderno, riuniti intorno a un argomento che non è facile e che spesso provoca polemiche accese, ma che ieri è stato portato all’attenzione degli italiani senza contrapposizioni, acredine, violenza verbale.
«L’Italia è un Paese che ha nove milioni di processi pendenti e in cui l’istituto della prescrizione fa saltare 200mila processi l’anno. Tutto questo è insostenibile in un Paese democratico», ha ricordato Emma Bonino, sottolineando che questa situazione «genera un’amnistia di classe, con i più ricchi che si avvantaggiano delle prescrizioni e le carceri che diventano una discarica sociale».
«La civiltà di un popolo si vede dallo stato delle sue prigioni», si leggeva su uno degli striscioni, dietro ai quali hanno sfilato persone arrivate da tutta Italia. «Siamo scesi in piazza perché questa è una battaglia di civiltà trasversale», hanno spiegato i sindaci di Latronico e Tito, due paesini in provincia di Potenza, Nicola Ponzio e Pasquale Eduardo Scavone. «Nelle carceri italiane languono persone in condizioni di sopravvivenza indegne di animali. La metà di queste non hanno ancora avuto un giudizio di condanna definitivo. Chi oggi si oppone all’amnistia non si oppone solo a questo ma anche a qualunque speranza di poter riformare la giustizia», è stata poi la testimonianza di Alfonso Papa. «L’amnistia è un caro prezzo, ma in questo caso è il giusto e purtroppo unico prezzo che il nostro Stato può e deve pagare per ripristinare quelle condizioni minime del diritto», ha detto poi Cesare Pambianchi, l’ex presidente di Confcommercio arrestato per un’inchiesta su una presunta maxievasione da 600 milioni di euro, tornato in libertà il 26 febbraio.
Ma a testimoniare che il tema della giustizia giusta riguarda tutti, non solo chi ha avuto esperienza diretta di carcere, c’erano anche avvocati, direttori di istituti penitenziari, esponenti della società civile. È stato Valerio Spigarelli, presidente dell’Unione camere penali, a sottolineare che ciò che serve «non è tanto un provvedimento di clemenza, quanto arrivare a una riforma complessiva del sistema penitenziario, dove la custodia cautelare sia riservata ai casi davvero eccezionali. Senza questo – ha chiarito – nessuna iniziativa porterà a una soluzione». Una posizione simile è stata espressa anche dal principale sindacato di polizia penitenziaria, il Sappe. «Non crediamo che l’amnistia, da sola, possa porre soluzione alle criticità del settore. Quel che serve sono vere riforme strutturali sull’esecuzione della pena».