«La verità in cambio dell’impunità» 

Pochi giorni fa la Corte d’Assise d’Appello di Brescia ha confermato le assoluzioni dei quattro imputati per la strage di piazza della Loggia, ieri il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha ricordato le vittime della strage di Primavalle, i cui carnefici sono liberi, e tutte le altre che non hanno ottenuto giustizia. È mai possibile che, a distanza di così tanti anni, non si conosca ancora la verità? Cosa non ha funzionato nelle indagini? Perché i colpevoli hanno potuto farla franca? Abbiamo rivolto questi interrogativi al senatore Alfredo Mantica, ex sottosegretario agli Esteri nel precedente governo e già componente della commissione Stragi.

Come si spiega l’ennesima assoluzione di Brescia?

C’è un pregiudizio di fondo. I magistrati che hanno indagato hanno in sostanza applicato il cosiddetto “teorema Calogero”, dal nome del magistrato di Padova che condusse la famosa inchiesta sul 7 aprile contro Autonomia Operaia e Toni Negri: prima hanno ipotizzato un mosaico e poi sono andati a cercare i vari tasselli che lo compongono. Il mosaico è che la responsabilità della strage era dell’estrema destra e quindi i colpevoli andavano cercati esclusivamente in quell’area.

Ma se dopo 38 anni non si è scoperto chi mise quella bomba forse è perché lo si è cercato nella parte sbagliata.

Diciamo che gli inquirenti non sono mai stati neutrali, non dico che abbiano cercato i responsabili dalla parte sbagliata ma certamente da una parte sola sì, seguendo appunto un preciso teorema che però alla fine non li ha portati alla verità. In un teorema non ci sono fatti, ma solo riferimenti spesso indiretti. Mi riferisco ai pentiti: ce ne fosse stato uno che abbia partecipato ad un atto delittuoso! Tutti i pentiti hanno collaborato alle inchieste solo per sentito dire. Sia chiaro: i pentiti sono uno strumento importante ma non possono essere l’unico. E poi non possono mettersi a fare dichiarazioni cinque anni dopo!

Per la strage di Bologna però è stato diverso.

In questo caso il teorema è un altro: Fioravanti e la Mambro hanno già avuto una raffica di ergastoli, uno in più o in meno – secondo gli inquirenti – non avrebbe cambiato nulla. E c’è voluta una grande fatica perché la Procura di Bologna abbia aperto questa nuova inchiesta su Kram e il gruppo tedesco, di matrice completamente diversa da quella neofascista.

Ma a distanza di così tanti anni pensa che si possa ancora raggiungere la verità?

La verità processuale no. Oltretutto i personaggi-imputati sono profondamente cambiati. Faccio l’esempio di Carlo Maria Maggi, che oggi è conosciuto come il “medico dei poveri”. E poi come si fa a ricordare cosa si fece quarant’anni prima? E’ ridicolo. Altro discorso è la verità politica. Ci provammo già con la commissione Stragi presieduta da Giovanni Pellegrino, ma non ci riuscimmo per l’intransigenza della sinistra.

Quale è la verità politica?

Ricordo quanto sosteneva il presidente Cossiga: l’Italia ha attraversato un percorso lungo cinquant’anni, dal ’48 con le elezioni che contrapposero la Democrazia Cristiana al Fronte Popolare (comunisti e socialisti) al ‘96 col governo Prodi e gli ex comunisti al potere. Cinquant’anni in cui l’Italia è stata attraversata dai gruppi armati del vecchio Pci nell’immediato dopoguerra ai comitati civici di democristiana memoria, dai nostri servizi segreti alla Cia, da Feltrinelli alle Br e al sequestro Moro, dagli incidenti del congresso del Msi a Genova che impedirono il governo di centrodestra alla strage di piazza Fontana, madre di tutte le stragi, dall’accordo di Moro con i palestinesi ai missili di Pifano. La Germania fu divisa in due dopo la guerra, l’Italia fortunatamente no, ma la società italiana sì, fu ugualmente divisa in due. Sono stati cinquant’anni in cui si è combattuta una battaglia politica, a volte anche col ricorso delle armi. Cito una storiella che raccontava Cossiga riguardo al finanziamento dei partiti: i soldi arrivavano sia da Washington che da Mosca ma erano sempre dollari e a Roma il cambiavalute era uno solo, nel senso che entrambe le parti sapevano bene quale fosse il gioco. Oggi sapere chi ha messo la bomba ha poca importanza, cerchiamo di sapere perché l’ha messa e chi glielo ha ordinato. Il marito di una vittima di piazza della Loggia lo ha detto: non voglio sapere chi è stato, perché tanto mia moglie è morta, ma voglio sapere perché è stata uccisa, per quale ragione. E’ finito ormai il tempo della giustizia ordinaria.

E in concreto?

La mia è una provocazione: aboliamo l’obbligatorietà dell’azione penale e quindi diamo l’impunità a chi confessa un reato, aver collocato una bomba o commesso un omicidio, ipotizzando quindi una sorta di amnistia. In cambio il responsabile deve indicare le ragioni e i mandanti di un deterninato atto terroristico. Occorre un salto di qualità se vogliamo conoscere la verità politica sulle stragi e gli anni di piombo.